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zemzem
 
 
22 giugno 2008
Alla buon ora
 
Far la guerra con il corpo delle donne

Dagli antichi romani ai serbi, passando per i vichinghi, i lanzichenecchi, e i liberatori sia russi che
americani della II guerra mondiale, gli stupri di massa da parte degli eserciti invasori sono sempre
stati un aspetto ineliminabile della guerra, quando questa dilaga nel territorio nemico; e tanto più
nelle guerre moderne, nelle quali il coinvolgimento delle popolazioni civili è totale. Come hanno
sottolineato alcune storiche, si esprime in quest'atto orribile non solo la violenza diretta alla donna
come individuo, ma anche una violenza metaforica, e tuttavia concretissima, verso la patria del
nemico: il corpo femminile da violare, da occupare come suolo patrio, per umiliare il nemico nel
modo più tremendo, quello sessuale. Tanto che stupri di massa sono avvenuti anche al di fuori della
guerra (e della condizione di violenza generale che le è propria e che ad alcuni pare un'attenuante),
come nell'occupazione francese della Ruhr dopo la I guerra mondiale, studiata da Emma Fattorini in
un saggio compreso in un fortunato volume su «Donne e uomini nelle guerre mondiali», curato da
Anna Bravo e appena ripubblicato da Laterza.

La risoluzione delle Nazioni Unite.
Un atto orribile dunque, come è orribile ogni stupro, ma anche di più, perché canalizza nella
violenza sessuale questo sovraccarico di significati aggressivi, rendendola se possibile più violenta.
Eppure un atto che è spesso considerato come un «normale» atto di violenza, non più grave dei tanti
che vengono compiuti durante una guerra. E che tutti vengono considerati inevitabili, e quindi quasi
giustificati, dai realisti politici che pensano che sia sciocco pretendere di porre limiti morali alla
guerra. Non c'è da stupirsi che sugli stupri spesso cali il silenzio, complice anche il sentimento di
vergogna e di umiliazione che la popolazione così ferita scarica sulle donne, vittime due volte. Per
questo la decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu di considerare gli stupri come una vera e
propria «arma di guerra» è un passo fondamentale sulla strada del riconoscimento dei diritti umani.
I soliti realisti diranno che si tratta di parole vuote, di buone intenzioni prive di effettualità. Non è
così: la risoluzione implica che i responsabili di stupri siano perseguiti davanti al tribunale
internazionale dell'Aja, e quindi aggiunge questo ai crimini di guerra che quel tribunale ècompetente a trattare.

Messaggio etico.
Ma più ancora del tribunale dell'Aja conta il messaggio etico che viene diffuso con questa
risoluzione. Dire che gli stupri sono un'arma di guerra significa affermare che non possono essere
considerati come casualties, come danni collaterali, quali sono le vittime civili dei bombardamenti,
ma rientrano a pieno titolo nell'intenzione e nella tattica della guerra, con una finalità propria, che è
quella di umiliare e ferire la popolazione in quanto tale, e possono essere parte di un genocidio. Chi
ha assistito alle terribili vicende della guerra bosniaca non può certo dubitare che sia così. E
nessuno che abbia presenti le atrocità commesse in questi anni in Africa e in altre parti del mondo
può dubitare che punirne i responsabili, e rendere un po' meno terribile la guerra, sia un obiettivo
tutt'altro che secondario. Con buona pace dei soliti realisti.
 
Claudia Mancina, Il Riformista del 21-06- 2008
 
 
 
 
 


























Lo stupro come arma della guerra degli uomini

Bakira Hasecic è originaria di Visegrad, presiede l' Associazione delle donne vittime di guerra, in Bosnia. Vittime di guerra, quando si tratta di donne, è un mero sinonimo di vittime di stupro. Non che impieghino eufemismi, al contrario. Sono poco più di un centinaio, le "attiviste": raccontano la propria storia, aiutano tante altre a raccontarla, a curarsi, a trovarsi una casa e sopravvivere. Seguono i processi, nei quali protervia e intimidazioni degli imputati sono moneta corrente. Il Tribunale dell' Aja - il primo, nel 2001, a pronunciare una sentenza sullo stupro come crimine contro l' umanità e crimine di guerra - ha mezzi scarsi per proteggere le donne che testimoniano: uno, ovvio ma avvilente, è di non chiamarle con il loro nome, ma con un numero. La testimone 26, la testimone 50. In quel processo fatidico, presieduto da una giudice dello Zambia, Florence Mumba, furono sedici le coraggiose testimoni numerate. Nei tribunali locali, collegati all' Aja, non c' è né protezione, né il minimo sostegno finanziario. Una giovane, bambina al tempo dello stupro subito dalle bande di Mladic, è partita in corriera da Srebrenica per andare a deporre a Sarajevo, alla Procura mista di magistrati locali e "internazionali". Quando l' hanno congedata, ha chiesto se non rimborsassero almeno il viaggio. Il giudice "internazionale", infastidito, ha tirato fuori dalla tasca dieci marchi. La ragazza l' ha guardato, ha lasciato i dieci marchi sul tavolo, ed è tornata a Srebrenica. Alcune donne vivono accanto ai loro aguzzini, tornati a essere vicini di casa, liberi e spavaldi.Cento o duecento donne impavide che si impegnano ad avere giustizia e a far vergognare gli altri della vergogna che vorrebbero imporre loro, sono poche, rispetto alle decine di migliaia che sono state metodicamente violentate durante la cosiddetta guerra. Si coniò allora la formula di «stupro etnico», oggi impiegata a vanvera da noi per dire che uno stupratore e una stuprata non appartengono alla stessa anagrafe nazionale. Significava, quella formula, che il via libera da sempre concesso alle proprie truppe sui corpi delle donne del nemico, era diventato ora lo strumento metodico e programmato di un' intenzione di «pulizia» etnica. Umiliare le donne «musulmane», ucciderle o renderle gravide di figli «serbi» - poiché è il padre a decidere del figlio... - è una piacevole incombenza genocida. Odioso, nel suo privare ogni donna violata della propria personale ferita, lo stupro di massa e organizzato, fino al riservato "bordello di guerra", come a Foca, faceva culminare il delirio sciovinista e virilista, e svelava il cuore antico delle guerre. Duelli fra uomini, di cui il corpo delle donne è insieme posta e campo di battaglia. La prima storia che imparavamo da piccoli, il ratto delle Sabine, suonava come l' impresa ardita e astuta dei nostri, i romani, contro gli altri, i sabini. Un buon pretesto da scultori, per scolpire donne nude che si divincolavano tra braccia nerborute. Una gara per interposta donna, come la guerra di Troia, come lo stupro di Nanchino o la macelleria ruandese. La scena più esemplare, mille volte replicata, è quella in cui una donna, o una bambina, viene violentata dalla soldataglia mentre marito o padre o fratello sono costretti ad assistere. Ilya Ehrenburg, grande scrittore e dubbio uomo, o almeno uomo di tempi dubbi, da propagandista della guerra russa contro il nazismo, coniò un proclama feroce quanto rivelatore: «Se lasciate vivo un tedesco, quel tedesco impiccherà un russo e violenterà una donna russa... Uccidete il tedesco: questa è la preghiera della vostra vecchia madre. Uccidete il tedesco: questo è quello che i vostri figli vi implorano. Uccidete il tedesco: questo è il grido della vostra terra russa». Da qualche tempo si può dire, hanno ricominciato a dirlo loro, che furono 2 milioni le donne tedesche stuprate, di tutte le età. Che il Consiglio di Sicurezza abbia sancito che lo stupro è un' arma di guerra, è un gran passo. Lo stupro non è solo il corollario delle guerre, il suo tristo accompagnamento: è un' arma di guerra. Ancora un piccolo sforzo, e si riconoscerà in controluce che lo stupro delle donne non è solo un' arma delle guerre fra uomini, ma è l' arma simbolicamente decisiva della universale guerra degli uomini contro le donne, e che stupro e assassinio di donne in tempo di pace sono una forma di addestramento militare e di caparra privata sulla guerra generale. Condoleezza Rice si è battuta per questo risultato, che contraddice l' oltranzismo con cui gli Stati Uniti pretendono impunità dalla legge internazionale, non ratificando il Tribunale Penale internazionale, o per l' amara vicenda di Nicola Calipari. Affare di donne, merito di donne. Ci vuole ancora un enorme coraggio. Giovani donne cecene violentate sono al bando della propria stessa famiglia, o uccise, o spinte a riscattarsi immolandosi contro il nemico. Devono liberarsi furtivamente del frutto della propria sventura, o tenerlo nell' infamia. Gli stupratori, come nelle "caserme del sesso" di Foca, curano di imprigionare le loro vittime così a lungo che non possano più abortire. La pancia di una donna stuprata diventa come la terra nella quale penetrano le bombe d' aereo destinate a scoppiare di lì a qualche mese. Donne fuggono lontano, a lasciare quei figli della violenza. Pochissime, eroicamente, scelgono di tenerli, e di amarli e considerarli come proprii, rovesciando così l' intenzione belluina dei violentatori. Elsa Morante amò di un amore di madre il piccolo e fatato Useppe della Storia, nato dallo stupro maldestro di un soldatino nazista. Nel romanzo di Slavenka Drakulic, «Come se io non ci fossi», la donna violata sceglie di dare alla luce il bambino, lontano, in Svezia, e di lasciarlo adottare. Drakulic ha tolto il suo titolo da «Se questo è un uomo», e per la prima volta mi sono indotto a pensare separatamente, «Se questa è una donna». Si dice di quasi due milioni di nati dallo stupro di guerra. Le donne ne tacciono o ne parlano, restano sole o si cercano. E gli uomini? Gli uomini del tempo di pace, e della pubblica ipocrisia, fanno come se la cosa fosse insieme naturale ed estranea, cosa d' altri, di luoghi poveri arcaici ed esotici, anche quando succede alle porte di casa, anche quando la cronaca quotidiana incalza, anche quando si pubblicano le cifre delle violenze compiute da militari dell' Onu e civili di interventi «umanitari». Noi uomini abbiamo una certa virile renitenza all' autocoscienza, personale o di gruppo, e facciamo presto a sentirci esonerati: dopotutto, siamo noi stessi a esonerarci. Non ci vergogniamo di dire che la prostituzione è un problema delle prostitute, al punto di volerle rimpatriare: la patria delle prostitute è l' unica in cui siamo davvero di casa. Così lo stupro, anche quando le sue vittime siano così brave da chiederne e ottenerne una piccola giustizia, un piccolo risarcimento morale e materiale, resta un problema delle stuprate. Se questo è un uomo.
 
Adriano Sofri, La Repubblica, 21-06- 2008  



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