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6 ottobre 2008
Da Di Matteo alla famiglia Alfieri la lunga mattanza dei collaboratori

 ROMA - è un ragazzino di 11 anni il simbolo della mattanza dei parenti dei pentiti. Si chiamava Giuseppe Di Matteo. Suo padre, Santino, resistette eroicamente a quel tremendo ricatto, e confermò le accuse sulla strage di Capaci e l' omicidio di Ignazio Salvo. Il piccolo Giuseppe pagò le rivelazioni del padre con la vita: dopo 776 giorni di prigionia fu strangolato, e il suo corpicino sciolto nell' acido. Era il 1993 quando avvenne quel sequestro. Da allora, la mattanza dei collaboratori di giustizia e, soprattutto, dei loro parenti è proseguita inarrestabile. Nel ' 93 la mafia diede il via a una stagione di omicidi eccellenti, fra questi quelli di Falcone e Borsellino, e di stragi, con il fine di tentare di condizionare il potere politico a approvare in parlamento leggi più favorevoli sia per quanto riguarda la detenzione sia sul fronte del fenomeno del pentitismo grazie al quale sono stati inferti a cosa nostra colpi durissimi da parte della magistratura. Nel tentativo di tappare la bocca a Gioacchino La Barbera, pentito della strage di Capaci (nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta), gli fu ucciso il fratello, Giovanni. Il numero ufficiale dei morti ammazzati dalle vendette trasversali non c' è, ma le stime parlano di svariate decine. E non scampano ai sicari di cosa nostra, della 'ndrangheta, della sacra corona e della camorra neppure i parenti dei pentiti che rifiutano il programma di protezione loro riservato, volendo in quel modo marcare il loro dissenso dalla scelta dei parenti di pentirsi. Alle mafie quel gesto di dissociarsi dal pentimento del familiare nulla interessa: li uccidono lo stesso. è il caso di Angelo Sparatore, ucciso all' indomani della deposizione in aula del fratello Concetto, uno degli elementi di spicco della cosca Urs-Bottaro. Ma è anche la vicenda di Antonio Alfieri, figlio trentenne di Carmine (ex boss camorrista della «nuova famiglia» poi pentitosi), freddato dai killer nel 2002. Due anni più tardi toccò la stessa sorte a un altro parente di Carmine Alfieri, il fratello Francesco. Chi ha dichiarato guerra senza quartiere ai pentiti, prendendosela con i loro familiari, sono proprio i Casalesi di Gomorra, quelli della strage di Castel Volturno di qualche settimana fa. Dopo aver ucciso il padre di un collaboratore, hanno tentato di ammazzare Francesca Carrino, la nipote di Anna, collaboratrice e compagna del boss Francesco Bidognetti. I Casalesi non avevano risparmiato neppure Umberto Bidognetti, l' anziano padre di un altro pentito, Domenico, il quale, però, aveva sfidato i clan della camorra annunciando a Radio Rai che avrebbe continuato a collaborare. E «perdonando i ragazzi mandati dai boss a uccidere mio padre». Nel lungo elenco dei morti per vendette trasversali ci sono anche Alfonso Nasto, ucciso per punire il fratello pentito del clan Gionta, la principale organizzazione camorristica di Torre Annunziata. E poi Guglielmo Scelzo, freddato a Castellammare di Stabia, anch' egli fratello di un collaboratore. Salvatore Cimino pagò con la vita la decisione di due figli, Giovanni e Antonio, di pentirsi.

Alberto Custodero, Repubblica,  06 ottobre 2008  



permalink | inviato da zemzem il 6/10/2008 alle 22:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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