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zemzem
 
 
7 ottobre 2008
I ventisette in ordine sparso

 LUSSEMBURGO - Travolti dal crollo dei mercati azionari, i governi europei non riescono a trovare una risposta comune abbastanza forte per mandare un segnale di stabilità. Dopo che la dichiarazione dei Quattro a Parigi evidentemente non è bastata a tranquillizzare i mercati, i ministri delle Finanze dei paesi dell'euro si sono ritrovati ieri a Lussemburgo mentre le Borse vivevano il peggior lunedì nero da vent'anni a questa parte.

Ma le misure che il consiglio Ecofin, oggi, potrebbe varare sulla falsariga della "strategia comune" adottata a Parigi, appaiono ormai come pannicelli caldi somministrati ad un malato terminale. E soprattutto sono bruciate dalla rincorsa dei governi a cercare di salvare il salvabile dei rispettivi sistemi bancari con misure decise autonomamente e destinate a ripercuotersi negativamente sulla stabilità dei paesi vicini.

Ieri, per cercare di tamponare la situazione, il francese Sarkozy, presidente di turno della Ue, ha anticipato i ministri con una dichiarazione a nome dei Ventisette resa nota dall'Eliseo: "Tutti i dirigenti dell'Unione europea dichiarano che ciascuno tra loro prenderà tutte le misure necessarie per assicurare la stabilità del sistema finanziario sia con iniezioni di liquidità fornite dalle banche centrali, sia attraverso misure mirate a talune banche o da dispositivi di protezione rafforzata dei depositi. Nessun correntista delle banche dei nostri paesi ha subito perdite e continueremo ad assumere le misure necessarie per proteggere il sistema e i risparmiatori".

Ma questa presa di posizione comune, anticipata poco elegantemente da Palazzo Chigi, non riesce a nascondere la cacofonia delle misure nazionali che ormai si contendono a colpi di assicurazioni la scarsa fiducia degli investitori nel panico. Ha cominciato l'Irlanda che si è attirata le critiche di tutti garantendo i depositi delle sue sei banche e drenando così i depositi dei risparmiatori britannici. Poi è stato il turno della Grecia di varare misure analoghe. Quindi è sceso in campo il governo tedesco, dopo il salvataggio in extremis di Hypo Re, di garantire i depositi dei privati cittadini. Immediatamente Austria, Svezia, Danimarca e Portogallo hanno seguito l'esempio.

Sotto la pressione dei governi, la commissaria europea alla concorrenza, Neelie Kroes, ha esteso una specie di assoluzione plenaria per tutte le operazioni di salvataggio e di garanzia. Ma la corsa al dumping nazionale in materia di ammortizzatori della crisi non è probabilmente la risposta che i mercati si aspettano.
E lo hanno dimostrato ieri con una crisi di panico senza precedenti. Resta sul tavolo l'idea di un fondo di garanzia europeo, lanciata dagli olandesi e sostenuta con insistenza da Silvio Berlusconi a Parigi e da Giulio Tremonti ieri a Lussemburgo. Ma questa ipotesi, in realtà l'unica che consentirebbe di dare una risposta europea solida e convincente ai mercati, si scontra con una serie di obiezioni. Siccome il fondo dovrebbe essere finanziato con contributi proporzionati al Pil (si è parlato del tre per cento), i tedeschi si oppongono perché temono di dover sostenere il grosso delle spese di salvataggio senza ricavarne una contropartita adeguata, e di vedere Paesi poco virtuosi come l'Italia sfondare impunemente il tetto del proprio deficit pubblico. I britannici sono contrari all'idea, come a qualsiasi iniziativa che riduca le sovranità nazionali a scapito di quella europea. Molti governi e le stesse autorità comunitarie sollevano perplessità di tipo procedurale, in quanto non si capisce chi dovrebbe gestire il fondo e a chi andrebbe la proprietà delle azioni che questo rastrellerebbe sul mercato.

Ma i veri motivi di perplessità sull'idea del fondo derivano dalla convinzione radicata in alcuni governi che il proprio sistema bancario, relativamente più solido di altri, potrebbe uscire vincitore dal gioco al massacro dei mercati. La presidenza francese, che inizialmente era favorevole al "piano Paulson euopeo", ora si mostra più scettica dopo che Paribas si è aggiudicata la parte di Fortis non nazionalizztaa dagli olandesi, e dopo che la Société Générale si è dimostrata interessata alla spartizione del colosso belgo-francese Dexia. Anche gli spagnoli, il cui sistema bancario non dà per ora segni di crisi, arricciano il naso di fronte all'idea di un ombrello centralizzato.

In questo quadro, la discussione intavolata ieri dai ministri delle finanze della zona euro su quanto elevare la soglia di garanzia dei depositi bancari (oggi fissata ad un risibile minimo comunitario di ventimila euro) appare quantomento grottesca dopo che la maggioranza degli stessi governi ha offerto in proprio garanzie pressoché totali. Alla fine il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha detto che "non consentiremo il fallimento di nessuna banca" e che "il patto di stabilità va rispettato totalmente". Il presidente della Commissione Barroso cerca al solito di gettare acqua sul fuoco. L'Europa, spiega, non è uno stato nazionale, "ci sono contesti diversi" e dunque le risposte alla crisi non possono essere uguali per tutti: quel che importa è la convergenza. Ed oggi i ministri delle Finanze, al termine di una delle più drammatiche riunioni della storia europea, cercheranno di dare prova, se non di unità, almeno di armonia. Resta da vedere quanto i mercati daranno loro credito.

Andrea Bonanni, La Repubblica, 7 ottobre 2008



permalink | inviato da zemzem il 7/10/2008 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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