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12 ottobre 2008
Brunetta:"Questa Crisi? Una salutare pulizia"
 

Il Gazzettino, 12 ottobre 2008 Ario Gervasutti

 


«Questa crisi è la conferma che il mercato funziona». Non è un paradosso quello di Renato Brunetta: è un’analisi ‘da professore’, da economista sicuro del fatto che «se oggi avessi un po’ di euro andrei di corsa a investirli in Borsa». Chi non ha risparmi investiti, con comprensibile distacco pensa che sia in bene che si sia sgonfiata una bolla basata sul nulla: E'saggezza popolare , conferma il ministro della Pubblica Amministrazione. Le crisi sono un elemento di forza dell’economia di mercato; sono la pulizia dei cattivi comportamenti. Ma non è scoppiata l’economia di mercato. E come la pioggia che porta via la peste: la crisi si porta via la cattiva finanza».
Quindi è una crisi che alla fine potrà far bene all’economia?
«Sì, farà bene. A patto che i governi prendano atto che devono definire regole più efficienti e trasparenti nella finanza, più capaci di governare le dinamiche economiche: la finanza serve, è l’ossigeno che fa respirare i mercati. Ma come l’ossigeno, non deve essere inquinato o alterato, sennò diventa anidride carbonica».
La crisi delle Borse convincerà i detentori dei capitali a ritornare a investire nella produzione, nell’economia reale?
«E auspicabile che ci sia un riequiibrio. Ma è anche vero che per chi ha i soldi questo è il momento di comprare: ci sono corsi azionari molto bassi con rendimenti alti, se uno compra fa l’affare della vita».
Perché scendono anche azioni di imprese che invece secondo logica dovrebbero salire, come quelle dei titoli energetici?
«Perché chi ha pacchetti di azioni vende a prescindere, anche senza giustificazioni. Pochi mesi fa tutti erano preoccupati per il petrolio oltre i 130 dollari al barile, e adesso che costa quasi la metà tutti stanno zitti. C’è poca razionalità, vincerà chi mantiene la mente fredda».
Ma è vero o no che sono stati ‘bruciati” centinaia di miliardi al giorno?
«E una fesseria da cattiva informazione. Si pensa che siano bruciati 400 miliardi di valore reale, invece è un titolo, un indice. Se bruci 400 miliardi di grano, non ricrescono il giorno dopo: qui invece lo possono fare. In Borsa così come si brucia, si crea; ci sono un’infinità di aziende, di imprese che hanno
alla base una produzione concreta e che saranno premiate dalla ripresa degli indici».
In una crisi mondiale come questa hanno senso politiche di reazione nazionali?
Se fossero coordinate sarebbe meglio: ma piuttosto che niente... Il mercato è un sistema di vasi comunicanti: chi pensa di controllare il livello del liquido dal proprio vaso, è un illuso. Il difetto del sistema è proprio questo: non c’è un
controllo globale. La finanza, è internazionale, ma non c’è un sistema di governance internazionale. Nemmeno europeo, nonostante la moneta unica>.
Da cosa dipende il fatto che non si è riusciti a costruire una politica economico-finanziaria europea?
«Dal fatto che l’Europa non c’è. Manca un Tremonti europeo; manca una vigilanza europea, la Bce non ha questo ruolo che invece è in capo alle 27 banche nazionali. Questa crisi era l’occasione giusta per fare un salto di qualità, non si è stati capaci di farlo. E stata una lezione molto dura, una volta scampato il pericolo l’Europa dovrà per forza riflettere. Il continente deve parlare con una voce unica anche in campo economico, non avere un “mister vigilanza è una gravissima debolezza».
Questa crisi è anche un faJlimento della gestione della politica economistica europea affidata ai banchieri di Francoforte invece che ai politici?
«No: i banchieri hanno di fatto strumenti limitati. Possono definire il tasso di sconto, possono mettere più o meno liquidi nel sistema, e basta. Il problema è un altro, L’emergenza in Caucaso ha spinto l’Europa a parlare con una voce unica, quella di Sarkozy: nell’emergenza economica si sarebbe dovuto fare la stessa cosa, ma la Merkel non l’ha consentito. E una lezione per il futuro».
Una crisi come questa avrà ripercussioni sui prezzi?
»Intanto cala il petrolio, e questo è un segno positivo. La bassa domanda dovrebbe portare a un raffreddamento dei prezzi: questi chiari di luna dovrebbero portare gli speculatori a più miti consigli, così la dinamica dei prezzi si raffredderà e quello sarà
il segnale della ripresa»>. Abbiamo sempre lamentato che le banche italiane fossero poco ‘internazionali, poco esposte nel mare grande della finanza globale. Ma oggi quella più sotto schiaffo è Unicredit proprio perché è la più internazionale: allora è meglio restare piccoli?
«Unicredit è una buona
banca, il suo management
non ha particolari
responsabilità e comunque ha reagito ricorrendo con successo al mercato, facendo un aumento di capitale
che è stato sottoscritto a dimostrazione che c’è ampia fiducia nell’istituto. E la fiducia deriva anche dal fatto che è una banca grande, internazionale».
Perché l’Italia sareb•
be messa meno peggio di altri Paesi di
frontealla crisi?
«Per tre elementi: il sistema bancario è solido, l’economia reale ancora tiene, e c’è un governo forte che
prende decisioni tempisticamente all’altezza in modo tecnicamente ineccepibile. Non possiamo pensare di sfangarla da soli, ma per la prima volta nella storia partiamo da una condizione economica e di governance più solida di altri Paesi>.
La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia però dice che siamo ufficialmente in recessione.
<Per definire la recessione sono necessari due trimestri consecutivi con il segno meno; e questo non è accaduto. Penso che le immissioni di liquidità, la reazione dei governi e il coordinamento internazionale possano in breve mutare le aspettative di operatori,
imprese e famiglie, Se que
 sto mutamento avverrà in
tempi brevi,  se ci sarà la svo1ta più lunga invece sarà l’altalena,  è possibile che il contagio passi dall’economia di carta all’economia rea1e.
Cosa possono fare i
governi?
«Garantire che il sistema bancario continui a fornire crediti alle imprese per finanziare la loro attività. Sarebbe grave e ingiustificato se le banche frenassero sui fidi alle imprese: se il governo interviene per garantire le banche, queste non possono che fare altrettanto con le
famiglie e le aziende. Ciascuno faccia la propria parte: anche le parti sociali: pensare a scioperi o vertenze sindacali senza senso come quelle sulla Pubblica Amministrazione o sulla scuola è incomprensibile».
Ma l’ingresso dello Stato nei capitali delle banche non è una sorta di ‘nazionalizzazione” mascherata?
«Entrando nei pacchetti azionari delle banche, i governi forniscono liquidi e capitali: ma non entrano nella governance degli istituti. Si assicura solo la liquidità necessaria per i clienti. Lo Stato non si ricompra le banche, questo è certo».
Quanto pesano simili operazioni sulle casse dello Stato?
«Non è un costo che si scarica sulle famiglie o sulle imprese con un aumento di tasse, se è a questo che pensa. Se lo Stato interviene oggi acquistando azioni di una banca e le rivende magari fra un anno quando le quotazioni in virtù della ripresa saranno maggiori, ci guadagna».

 




permalink | inviato da zemzem il 12/10/2008 alle 21:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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