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zemzem
 
 
10 maggio 2009
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10 maggio 2009
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Candidati come figurine? Così fan tutti (da sempre)
 
Veline, soubrettes, certo. O «Mignottocrazia», per stare all’elegante (e recente) conio di Paolo Guzzanti, impegnato in una polemica all’ultimo sangue con il ministro Mara Carfagna. O assalto dei «Velini», come ha corretto il democratico Roberto Giachetti, lamentando una non esaltante par condicio tra i sessi, nell’esercito di candidati-civetta. O «dittatura dei mezzibusto», come ulularono gli uomini della sinistra di fine anni Ottanta alla candidatura di Alberto Michelini nella Dc, salvo ritrovarsi una dozzina di mezzibusto nelle liste successive (del loro partito!).
La sequenza di nomi arrivati nel centrosinistra dalla «scuola quadri» di Saxa Rubra è impressionante: due presidenti di regione nel Lazio, Piero Marrazzo e Piero Badaloni, una eurodeputata eletta, Lilli Gruber, l’ultimo aspirante, l’ex conduttore del Tg1 David Sassoli.
Insomma, se si deve datare il fenomeno degli acchiappa-voti, bisogna partire da lontano, dai velini e dai proto-velini, perché le candidature civetta hanno radici antiche. Per dire. Una delle prime a far parlare dell’Italia nel mondo fu Ilona Staller detta «Cicciolina»: valanga di voti nelle liste radicali alle politiche ’87. Ilona venne eletta, entrò a Montecitorio con un sobrio vestito verde, e ruppe con il suo «demiurgo» in un memorabile comitato direttivo radicale - lo ricorda Filippo Ceccarelli nel suo imprescindibile Il letto e il potere - tra reciproche apostrofi: «Cicciolino Marco...» diceva flautata ma granitica lei, e «Cara Scemolina...» rispondeva sarcastico e imperturbabile lui. Duello divino. Mentre si rivelò un buon presidente del partito radicale il padre di Volare Domenico Modugno, di cui nessuno avrebbe ipotizzato una carriera politica. Sempre sotto le insegne della Rosa nel pugno si candidò un giovanissimo Maurizio Costanzo. E poi una cantante come Miranda Martino, e l’attrice Ilaria Occhini.
Che dire di Pietro Mennea? Iniziò la sua carriera politica - inversamente proporzionale, per successi raccolti, a quella sportiva - nelle liste del Psdi, per passare alla Rete di Orlando, quindi nel Polo (candidato a sindaco - trombato - nella sua Barletta) e all’Italia dei valori (Bingo). E che dire di un altro long seller, Gianni Rivera? Ben prima di Giovanni Galli trasmigrava dal calcio alla politica, passando per la Dc e per l’Ulivo. Anche l’ex juventino Massimo Mauro fu arruolato nel Pds (deputato), ora è tornato senza clamori alle domeniche sportive da commentatore. Moana Pozzi, prima di diventare un mito hard, fece in tempo ad essere trombata con il suo «schicchiano» Partito dell’Amore (che non raggiunse il quorum e aveva il suo viso inscritto in un cuore, come simbolo).
Il Pci fece i primi sgarri ad un costume un tempo sobrio mettendo in pista, alle politiche del 1987, Gino Paoli (arrivò a Montecitorio, ma non lasciò grandi tracce). E persino la seriosissima Dp, nello stesso anno, affidò il cruciale appello elettorale al volto notissimo di Paolo Villaggio, che si presentò nella sede delle tribune con i bracaloni. I Verdi hanno eletto più volte l’alpinista Reinhold Messner. I socialisti di Craxi non furono da meno, quando portarono nell’europarlamento la giovane star dell’intrattenimento, Gerry Scotti. Il quale, molto onestamente, in anni successivi ammise: «Feci male a candidarmi». Sempre mamma Dc riuscì a far diventare senatore il presidente della Roma Dino Viola, grazie all’effetto scudetto. E cercò di pareggiare il conto fra tifoserie giallorosse e biancazzurre, nella Capitale, buttando nella mischia nientemeno che Giorgio Chinaglia. Un altro e centravanti della Roma, Andrea Carnevale, divenne un improbabile responsabile sport dell’Udeur senza riuscire a conquistare seggi, mentre Fabio Fazio (chi se lo ricorda?) accettò di fare da «garante» per i Verdi di Luigi Manconi. Nel Pds venne euro-eletto Enrico Montesano (che fece però in tempo a passare ad An). Che condivise i banchi del consiglio comunale con Adriano Panatta (anche lui nella Quercia, al pari del signore degli anelli, Juri Chechi). E persino il Pri riuscì a mettere il lista un pugile, come Francesco Damiani. Altri sportivi trovarono sistemazioni non meno confortevoli: Carmine Abbagnale nelle liste della Dc, Gelindo Bordin e Paolo Canè all’ombra del garofano.
Ma quanti sanno che una futura rockstar come Luciano Ligabue era stata consigliere comunale nella sua Emilia Romagna? E i finiani di «Fare futuro» ricordano, forse, il bel primo piano di Monica Ciccolini (una imprecisata imprenditrice) che addobbò i manifesti con uno slogan ammiccante («A me gli occhi»!) eletta in An prima e in Forza italia poi (grazie alla sua avvenenza?). E da quale fondazione provenivano altre due aennine come l’attrice Clarissa Burt e la giornalista Solvi Stubing, la memorabile «Chiamami Peroni, sarò la tua birra!». E quanto tempo c’è stato in An Lando Buzzanca? (Gianni Alemanno non gli ha mai perdonato un appello per Veltroni). Stessa storia per la cantante pop Marcella Bella. Per Bruxelles - sotto le insegne di Forza Italia - è passata anche Iva Zanicchi, e in parlamento è ormai considerata ormai una veterana (anche se bersagliata dalle Iene) Gabriella Carlucci. Sabrina Ferilli, corteggiatissima, non ha mai ceduto alla politica, se non per la battaglia civile del referendum sulla procreazione. Ma ci sono anche casi paradossali: come Alba Parietti che si è offerta per risollevare l’Ulivo. Invano. Sarà il caso di riprovare ora?
 
Luca Telese, Il Giornale, 30 aprile 2009




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10 maggio 2009
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E in Aula è caccia a «maleodoranti e malvestiti»
 
Voi direte: ma ti pare che il Cavaliere fa una battuta, e subito si apre il dibattito in Parlamento, come se non avessero di meglio da fare? Parrebbe che sia andata così: quello, a Varsavia, voleva chiudere le polemiche su veline e velonze per Strasburgo, e ha tirato fuori dal cilindro una lepre di sicuro incanto e attrazione. Lo ha fatto a muso duro, stuzzicato dai giornalisti. Ma sì, invece di star lì a discettare con invidia di quanto siano intelligenti e preparate le belle candidate del Pdl, o a provocare sulla signora Veronica - manovre architettate «dalla stampa di sinistra e dall’opposizione» - andate ad annusare quelle persone «di certi partiti», che risultano «maleodoranti e malvestite». Ha funzionato anche questa volta, è scattata la caccia agli onorevoli puzzoni. E nell’aula di Montecitorio, a tambur battente, si sono levate le rituali e vibrate proteste per l’offesa scagliata dal premier sul corpo parlamentare. Ma davvero Silvio Berlusconi ha liberato una lepre di pezza, per distogliere la muta dei cani? Davvero i rappresentanti della nazione son tutti e mille ben vestiti e profumati, freschi di doccia quotidiana?
Quando Rino Formica, gloria socialista della Prima Repubblica, diceva che «la politica è sangue e merda», forse parlava per metafore ma con più di un pizzico di concretezza. Basta parlare con gli addetti alle pulizie dei bagni, che non stan fermi mai e spesso nelle toilette trovano le cose più strane e bizzarre. Non solo mutande o canottiere, tutt’altro che fresche di lavanderia, ovviamente. E sarà che il Palazzo è grande, frequentato e vissuto anche dagli impiegati e dai giornalisti, ma sotto questo profilo registra un movimento che ricorda la Stazione Centrale. Solo che qui c’è più gente a pulire. E funziona pure una sorta di Albergo diurno. Al piano basso della Camera, dove ci sono i servizi e la porta carraia, da sempre ci sono pure le docce, a disposizione di quei deputati che avevano trascorso la notte in treno per non mancare alla seduta mattutina ed avvertivano il bisogno di una seria rinfrescata. Oggi quelle docce sono sempre meno usate. Forse perché nessuno viaggia più in treno, ma forse...
Chi pensa male fa peccato, insegna Giulio Andreotti. Ma anche alla barberia vanno scomparendo quei parlamentari che di buon mattino s’accomodavano davanti agli specchi più tranquilli del palazzo, porgendo sereni e rilassati il collo e le gote al rasoio affilato. La Vecchia Volpe si faceva mandare il barbiere di Montecitorio nel suo ufficio sull’altro lato della piazzetta, alle 6 del mattino. Le nuove leve onorevoli preferiscono probabilmente radersi col rasoio elettrico a casa, e dormire un’ora in più. Anche i capelli, se li fan tagliare a casa, tant’è che i barbieri di Camera e Senato vanno abbandonando il grembiule per indossare la divisa dei commessi. Però, nello struscio in Transatlantico o nel Salone Garibaldi, gli effluvi di dopobarba e lavanda di prezzo usuale, spesso risultano eccessivi. Beninteso, degli uomini si parla. Come succede anche in fabbrica, le donne sono sempre ineccepibili, da destra a sinistra.
Però, non è forse il Parlamento lo specchio reale del Paese? In una democrazia parlamentare pura come la nostra, sui banchi siede la percentuale più o meno esatta di ogni categoria e di ogni genere. Quanta gente con la forfora sulle spalle, o i capelli un po’ unti, incontrate al mattino al bar dove fate colazione? Più o meno, altrettanti se ne vedono alla buvette. Un sondaggio di Mannheimer potrebbe confermarlo. E se un’esagerazione va forse rimproverata a Berlusconi, è quella di addebitare gli sciatti e poco puliti a «certi partiti». È vero che nel congresso di fondazione del Pdl, una mesata fa, è sempre stato sul palco, al massimo lasciandosi toccare dai giovani in prima fila. Ma se fosse sceso davvero tra i delegati, avesse solcato lentamente la pancia della platea congressuale, non gli sarebbe sfuggito l’afrore di quell’umanità che suda e s’appassiona, si scalda e per lo più conosce la vasca da bagno settimanale. È lo stesso afrore che lievita dai congressi del Pd e di ogni altro partito italiano in ogni stagione, è l’afrore del Bottegone e della Balena Bianca coi suoi uomini in calzini corti e vestito Facis. E il sudore delle ascelle che inzuppa le camicie dei leaders, quando fanno comizi d’estate, in quale categoria dello spirito va iscritto?
Ma ieri mattina Roberto Giachetti del Pd, che secondo Santo Versace (Pdl) è «elegante di natura perché ha le phisique du rôle» si è alzato in aula per chiedere che il premier «metta almeno una o, invece di una e», fra «maleodoranti» e «malvestiti». S’è associato anche Michele Vietti, Udc, il figurino più ingessato di Montecitorio, chiedendo «l’intervento chiarificatore» del ministro per i Rapporti col Parlamento, Elio Vito.
Ah, ci fosse più sangue e meno merda!
 
Gianni Pennacchi, Il Giornale, 30 aprile 2009



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10 maggio 2009
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La prevalenza del maschio
 
Dopo quasi trent' anni di matrimonio non è così facile lasciare un marito, sia pure recidivo nell' offendere platealmente e pubblicamente la dignità di una moglie. E non perché magari lo si è molto amato, o perché con lui si sono avuti tre figli, o perché è ricchissimo e ormai onnipotente. Ci avrà pensato molte volte Veronica Lario. La più invisibile e discreta delle first lady lo avrà pensato, come lo pensano centinaia di mogli ignote, deluse e offese. Che poi restano lì, nella casa non più amata, nel gelo del rancore irrimediabile, nel fastidio di una vicinanza insopportabile anche se saltuaria, perché c' è sempre una speranza che le cose cambino miracolosamente. E perché certi gesti da eroina paiono del tutto inutili e velleitari, sapendo che l' umiliazione e il dolore di un fallimento personale non saranno leniti da una porta sbattuta, anche se è la porta di una dimora sontuosa, dietro cui si potrebbero lasciare agi grandiosi, ma anche silenzio, riservatezza, una vita appartata e protetta. Lo sdegno che l' altro ieri la signora Berlusconi ha espresso per quella specie di Bagaglino che si stava preparando per entrare nelle liste elettorali europee del pdl, arriva 27 mesi dopo la famosa lettera a Repubblica con cui la signora chiedeva pubbliche scuse del marito per le sue amenità erotiche ai Telegatti. Allora con qualche banale distinguo, la gente apprezzò il coraggio della signora, come capita quasi sempre quando si tratta di schierarsi anche solo astrattamente verso il più coraggioso e il più ferito. Mai tempi cambiano in fretta e oggi, imperando incontrastato il premier della libertà anche libertina, sono tutti con lui, i devoti del suo partito, che fanno scoppiare il sito del Pdl di attacchi a colei che ha osato dire la sua. Qualcuno la faccia tacere, ex attricetta, se voleva ricordarci che esiste l' ha fatto nel modo peggiore, ha perso una buona occasione per stare zitta, offendendo tuo marito offendi te stessa e tutti quelli che hanno fiducia in lui, certo che sputare nel piatto che ti h a p e r m e s s o l a b e l l a vita...Magico e irrefrenabile pifferaio, qualunque cosa dica o faccia gli rende sempre più appassionato il suo popolo, che non ha ragione di porsi dei dubbi, e per esempio chiedersi in questo caso se possa giovare al paese e quindi anche a loro che la via per l' esercizio della politica anziché passare dalla cultura e dalla pratica nasca da portfolio in cui si mostrano enormi tette o dalle accoglienti ginocchia del Capo. O anche solo domandarsi: come reagirebbe la mia signora se assumessi come grandi manager solo signorine ventenni di gamba lunga, scosciate e scollate, scarti di concorsi di Miss Italia? Mi taglierebbe la gola o fuggirebbe con tutto il conto in banca? Anche lo stesso premier, che ai tempi della lettera pubblica della moglie aveva reagito con garbo romantico, questa volta si è arrabbiato, forse perché per smentire la perfida sinistra, per vendicarsi della sua signora che ha osato credere alla realtà della stampa di opposizione e non alle sue finzioni, per far contenti i suoi cortigiani che hanno già promesso liste europee solo di premi Nobel per di più maschi oppure centenari, è stato costretto a limitare le sue vistose e disinibite aspiranti all' europarlamento e ai relativi emolumenti, intasandole di nuovo nelle sue tante televisioni già debordanti di beltà insaziabili. In più con l' onere di dover sopportare le signore dell' opposizione che come si sa, sono troppo spesso «maleodoranti e malvestite», roba che gli appanna il buonumore e il fuoco d' artificio inventivo. Ma la signora Lario non è solo una moglie e madre che si indigna per le offese all' integrità della sua famiglia, quali l' infantile volo a Napoli per sentirsi dare del "papi" (confidenza che i suoi cinque figli non osano) da una graziosa diciottenne, su stampo identico a tutte le aspiranti tivù, non ancora in politica ma già "gossipista" su un televisioncina privata. Veronica è una donna intelligente, preparata, attenta: quel «ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere», che costituisce quello che lei definisce il divertimento dell' imperatore, è il risultato della «sfrontatezza e della mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne». La signora inquadra benissimo e con belle parole un momento drammatico: non si era mai visto un simile arretramento delle donne da una presunta parità, al ritorno dell' unica affermazione possibile della femminilità, quella delle favorite di corte. Questa situazione «va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono sempre state in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti», dice Veronica Lario. Di nuovo, il valore delle donne si identifica nella grazia fisicae nella giovinezza, cioè in un breve periodo della vita, e ci si può quindi chiedere se la carriera politica delle signore Carfagna e delle altre terminerà con le loro prime rughe o i chili in più. Se da noi la televisione è un veicolo indispensabile a ogni tipo di carriera cominciando da quella politica, che negli altri paesi si prepara in scuole di massimo prestigio e difficoltà, ci si chiede come mai non sono stati cooptati per le prossime elezioni i pur amatissimi maschi dai toraci lucenti del Grande Fratello o della Fattoria o della pubblicità. È semplice (fino a quando non avremo un premier gay); perché la gestione politica del potere è tornata solidamente in mano agli uomini che come ci mostra ogni giorno il telegiornale sono spesso inguardabili per bruttezza, antipatia, ridicolaggine, volgarità, e non li vorrebbe proprio nessuno, tranne appunto la politica. Già le donne di età, esperienza, forza, pazienza, che, in numero esiguo, si erano guadagnate un posto nei parlamenti e nei governi passati, dovevano subire i lazzi per i loro tailleur sbagliati o la loro scarsa avvenenza. C' erano ma non le volevano, oggi non si vorrebbero neppure le giovani e belle, ma pazienza, se tiran su il morale del Capo non si può dire di no, purché da vere donne, non pretendano di capire, sorridano e dicano sempre di sì.
 
Natalia Aspesi, La Repubblica, 30 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Edgar Allan Poe quello sguardo sulle tenebre
 
Nel Crollo della casa Usher, Edgar Allan Poe attribuisce al melanconico protagonista una lirica che egli aveva scritto qualche tempo prima, e che rappresenta il suo mito. Una volta, nella più verde delle nostre valli, si ergeva il radioso Palazzo del Pensiero: bandiere d’ oro ondeggiavano sul tetto: un aroma paradisiaco si spargeva lungo i baluardi araldici; spiriti angelici si muovevano ritmicamente, secondo il suono di un liuto melodioso, attorno al trono del re del Pensiero, mentre una folla di echi cantava la sua saggezza. Ai tempi di Usher e di Poe, la gloria del Pensiero è finita. I viaggiatori non scorgono più il sovrano sul trono: grandi forme si muovono fantastiche al suono di una melodia discorde, circondate dal veloce ritmo spettrale di una folla di mostri ghignanti. Poe sapeva che l’ apologo parlava di lui e dell’ artista moderno. In un’ altra vita, forse era stato l’ antico, armonioso re del Pensiero: adesso era soltanto uno spettro tragicamente meditativo, che intonava una musica dissonante e rideva senza grazia. Aveva conosciuto un destino di luce. Ora sapeva che il suo massimo dono era quello di portare in sé la tenebra: essere tenebra in ogni luogo dell’ intelligenza, dell’ anima e del cuore; e irraggiarla intorno, riversandola su ogni oggetto dell’ universo. Avrebbe potuto lasciarsi invadere passivamente da questo nero: mentre con un ardire brillante, febbrile e imperterrito, con un coraggio che non abbandonò nemmeno nell’ Inferno e nel maelstrom, con occhi lucidi e minuziosi, osservò questa tenebra, la rappresentò e la descrisse. Laggiù, nelle rovine della casa Usher, Poe costruì la prima immagine del letterato moderno. Soffriva di una monomania d’ attenzione: indugiava per ore, senza stancarsi, con gli sguardi concentrati, su qualche disegno casuale o sulla grafia di un libro: contemplava per ore un’ ombra bizzarra che cadeva sghemba sulla tappezzeria: trascorreva le notti a osservare le braci di un focolare, i giorni a sognare i profumi di un fiore e a ripetere in modo monotono una parola comune, finché il suono cessava di esprimere qualsiasi idea. Oppure si abbandonava alla fantasticheria: affascinato da un oggetto, si lasciava attrarre in un intrico di analogie, fino a dimenticare la causa prima del suo vagheggiamento. I suoi sensi erano morbosamente sottili e acuti: sentivano gli strepiti dell’ Inferno, il battito di un cuore morto; e i nervi, sovreccitati, dilatati, isterici, prolungavano all’ infinito queste sensazioni. Non aveva requie fino a quando strappava la loro forza ai sogni della notte, ai sogni a occhi aperti, agli incubi della follia e dell’ alcol, al delirio della morfina. Sapeva che la via dei sensi e dei nervi, accortamente sfruttata, ci conduce verso ogni oltre - verso ogni mistero, enigma o nodo metafisico. Possedeva un’ intelligenza prodigiosa: insieme esatta e inafferrabile, architettonica e paradossale. Le poche righe che, nel Gatto nero, scrisse sul peccato: sul desiderio dell’ anima di violare la legge, di torturare sé stessa, di violare l’ amore, di porsi al di fuori della pietà di Dio - sono degne del più appassionato teologo e moralista, che abbia mai curvato lo sguardo sull’ abisso del cuore umano, Agostino o Pascal. Quanto all’ altro grande tema che gli era caro, le infinite conseguenze di ogni nostro atto o pensiero, era pronto per esser consegnato a Dostoevskij. Ma Poe non restaurò le mura dell’ antico Palazzo del Pensiero. Mentre nel vecchio Palazzo si costruivano luminose architetture mentali del Tutto, l’ intelligenza di Poe, come scrisse Baudelaire, era “congetturale e probabilistica”. La letteratura moderna nasceva sui fogli del giornale. Molti avevano già scritto su giornali e riviste, nel secolo passato: ma tra le mani di Poe il giornalismo prese una nuova forma. Non si accontentava di compilare avventure marinare o di scrivere critiche o di risolvere crittogrammi: confidava per qualche dollaro il mare di tenebra che saliva in lui fino a sommergerlo. Le sue idee e sensazioni più care dovevano badare all’ effetto, per intrattenere ed eccitare: dovevano costruire piccole mitologie, per imprimersi meglio nella mente dei lettori pigri. Tutte le forme dorate della letteratura erano abbandonate. Ora soltanto forme brevi, concentrate, trasversali, rose dai nervi e dalla brama di successo: forme consumabili e deperibili, che venivano costruite velocemente, lette impazientemente, insieme alla colazione o durante la siesta, e subito dimenticate. Era una sfida tremenda - la stessa che affrontò Balzac nei medesimi anni - che avrebbe distrutto la vita, non la coscienza letteraria di Poe. Aveva capito che dall’ incontro tra la tenebra e il foglio di giornale poteva nascere una nuova forma letteraria: quella dei suoi Tales of the Grotesque and Arabesque. Malgrado tutto, non era stato abbandonato dagli angeli: per usare le parole delle Terre di Arnheim, la sua letteratura «non era Dio né da Dio promanava, ma era pur sempre lavorata dalle mani degli angeli che si librano tra l’ uomo e Dio». Tra le molte mitologie che Poe immaginò, la più grandiosa è dedicata al Melanconico, al Saturnino, all’ Angelo cupo e tenebroso, che Dürer aveva rappresentato tre secoli prima. Il suo Melanconico, che soffre alternativamente di euforia e di depressione è una figura attiva, che si sforza di conquistare e comprendere il mondo creato, e di ricrearlo. Il primo passo è l’ avventura. Il sogno dell’ avventura marina, delle grandi esplorazioni e della pirateria, il sogno dell’ immenso tesoro sprofonda nell’ immaginazione infantile di Poe. Ma è anche una fantasia saturnina. Salendo sulle navi, dirigendosi verso le isole del Pacifico o il Polo Sud, dove troverà stranamente una corrente calda, Arthur Gordon Pym, il primo dei melanconici, vuole abbandonare il proprio torpore: conoscere la fame e il naufragio, la prigione e la desolazione, l’ orrore e la morte, le condizioni estreme nelle quali soltanto sente di esistere: spostare la bandiera che segna l’ ultimo punto raggiunto dalle conoscenze umane - e là in fondo scoprire il grande mito, l’ enigma del Bianco luminoso, che calma la sua sete di infinito. Dopo Gordon Pym, ecco Auguste Dupin, il tenebroso e snobistico principe di tutti gli investigatori. Dupin è un “innamorato della notte”. Appena il sole si leva, chiude gli scuri del suo vecchio appartamento: accende un paio di candele odorose, che diffondono raggi fiochie spettrali,e si lascia invadere dai sogni, leggendo, scrivendo, conversando, fino al momento in cui il rintocco delle ore lo avverte che l’ amichevole Tenebra è discesa: allora esce a passeggiare, vagando a lungo senza meta, tra le luci strane e le strane ombre della sterminata città moderna. Con la mente penetrata di notte e l’ intelligenza brillante e acutissima, si avventura nel giorno, illuminando i misteri che gli araldi del giorno - i giornali - portano alla luce. Sceglie una parte della realtà: quella che sta in superficie, formata di particolari infimi, irrilevanti e casuali, segnata di minutissimi indizi. I rappresentanti del mondo diurno non li capiscono, perché credono nella ragione e non hanno lo sguardo adatto alle superfici. Invece Dupin, l’ uomo degli abissi, ci informa ironicamente che “la verità non sta sempre in fondo al pozzo. Credo anzi che ciò che sopratutto interessa stia in superficie”. Nelle lunghe passeggiate per la città addormentata, Dupin elabora il suo metodo analitico: fondato sulla facoltà di osservazione, su un dono quasi dostoevskijano di simpatia e di identificazione con l’ anima altrui, su una prodigiosa memoria, sui favori del caso e sulla capacità di deduzione, che gli permette di disporre in una rigida catena consequenziaria gli indizi sparsi nel tessuto quotidiano della realtà. Oggi noi scorgiamo nel metodo di Dupin una delle più eleganti teorizzazioni dell’ analisi intellettuale moderna, che avrebbe prodotto la psicanalisi e la semiologia. Ma Auguste Dupin è molto di più. E’ un meraviglioso ciarlatano, che indossa ironicamente e beffardamente le vesti antiche del veggente e del mago. Egli abolisce l’ esprit de géométrie: porta l’ esprit de finesse, l’ intuizione e l’ analogia, al punto estremo di penetrazione, trasformandolo in una scienza abbacinante, che dà certezze più sicure del calcolo aritmetico. La notte alla luce delle candele, la notte sognante e saturnina invade e conquista la realtà diurna, dimostrando di essere la più alta qualità matematica che possediamo. Nel più bello dei Marginalia, Poe scriveva: «Esistono alcune fantasie di delicatezza squisita, che ho trovato impossibile tradurre nella lingua scritta. Esse scaturiscono dall’ anima (ahimè quanto di rado!) soltanto in periodi di assoluto benessere, quando il corpoe la mente raggiungono il loro massimo equilibrio e negli attimi in cui i confini del mondo reale si fondono con quello dei sogni. Le percepisco soltanto quando sto per abbandonarmi al sogno, ma sono ancora consapevole del mio stato di veglia… Considero queste visioni con un timore che, in qualche modo, attenua o rende più serena l’ estasi: le osservo nella convinzione che questa esperienza sia di natura del tutto soprannaturale - sia uno sguardo dello spirito verso l’ al di là… In queste fantasie, non vi è nulla che possa essere definito simile alle impressioni che riceviamo di solito: come se i nostri cinque sensi venissero sostituiti da altre miriadi di sensi sconosciuti ai mortali». L’ anima di Poe era avvolta e assediata da queste immagini dell’ indefinitoe dell’ infinito, che gli sembravano costituire l’ unica ragione della sua vita. Nei Racconti, Poe volge rigorosamente le spalle a queste immagini indefinite. Quando costruisce giardini immaginari, edifica prospettive chiuse: quando ricostruisce il cosmo, immagina una serie di universi limitati, ognuno diviso dal muro del vuoto, ognuno con le proprie leggi e il proprio Dio; e prepara le più perfette, compatte e coerenti macchine chiuse che mai uno scrittore moderno abbia immaginato per uccidere in noi l’ idea di infinito. Molti psicanalisti hanno analizzato, nei Racconti, la presenza e la viscosità ossessive delle figure dell’ inconscio, che vengono imperfettamente alla luce, ancora bagnate dall’ oscurità dalla quale escono. Sovente essi trascurano la complessità che questi impulsi assumono nel sistema di Poe. Quando abbiamo indagato soltanto le tracce di necrofilia in Berenice e Ligia, trascuriamo la grandiosa passione metafisica che spinge Poe oltre i limiti della percezione e della vita. Egli vuol sapere cosa esiste di là: vuol sapere se il nostro principium individuationis, che ci ha sorretto durante i gesti dell’ esistenza, può sorreggerci anche dopo la morte, e dar luogo a nuove forme di incarnazione. Dedica tutta la sua attenzione alla possibilità che la morte e la vita, coincidano: guarda con sempre rinnovata simpatia agli strascichi, alle ombre, al corteggio indefinitamente spettrale che ci lasciamo dietro di noi; o descrive con sottigliezza delicatissima i nuovi sensi del nostro corpo etereo. Spesso gli archetipi di Poe sono archetipi della mente: come quelli del vortice, del pozzo, del doppio, del mortale pendolo del tempo, della cantina o della sentina o della bara chiusa, dalla quale, forse, non potremo mai più uscire. Dovunque questi impulsi affondino, da qualunque luogo sgorghino alla luce con indemoniata violenza, si traslocano tra le pareti chiuse del cranio: le passioni del cuore - così ardenti che, se fossero state descritte avrebbero “raggrinzato e incendiato” la carta - diventano passioni mentali; e tutto ciò che era inconscio assume un sapore intellettuale. Molti fra i grandi Racconti hanno un inizio saggistico. Poe rappresenta un’ idea o una sensazione o una situazione
 
Pietro Citati, La Repubblica 29 aprile 2009



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10 maggio 2009
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E ogni due giorni il mondo si celebra

C'e un sito web che ha censito tutte le giornate mondiali, ben 190, che ogni anno vengono dedicate ai più svariati soggetti, dalla fotografia al fiore, dalla poesia alle scarpe di ginnastica, dal piacere al ricamo... C' è persino, sia pure ancora in preparazione, la giornata mondiale contro le giornate mondiali. E non ci sarebbe altro da aggiungere a questo sciocchezzaio se tra gli organizzatori, tra i creativi, tra i funzionari di questa mondialità non ci fossero soprattutto le prestigiose sigle delle Nazioni Unite e delle sue Agenzie più importanti, come l' Unesco e l' Oms. E con loro anche le famose Organizzazioni non governative, i sindacati...: davvero una miriade di associazioni ad alto contenuto morale derubricabile ormai in citrullo sussiego. Hanno infatti l' idea che ci sia una giornata in cui il mondo deve occuparsi di una sola cosa, una giornata con il pensiero fisso del pesce azzurro, e un' altra con l' allegra ossessione del vino, e poi del libro e del cioccolato, del giornale a fumetti e degli orologi da polso. C' è anche la giornata delle nonne che, essendo fisicamente poco agili, si fanno rappresentare dai nipoti, i quali intervengono, spiegano e offrono testimonianze sulla "nonnità" che è il sapore antico, la vita di un volta, le quattro stagioni. Ovviamente non si tratta di lavori improduttivi che, come insegna Keynes, non esistono. Sulle giornate mondiali piovono infatti finanziamenti, ogni giornata ha le sue pubblicazioni e ci sono una convegnistica e un marketing. Ed è naturale che nel dipanarsi di 190 giornate mondiali all' anno si perda subito il ductus logico in favore dell' incongruo. Ma non importa a nessuno che la mondialità venga degradata a patacca e a discorso a vanvera. È vero che una volta le giornate cosiddette mondiali sfibravano le menti perché vi si decidevano questioni che riguardavano tutti, dai berberi del monte Atlante agli operai di Chicago agli indigenti australiani. Ma se in un anno le giornate mondiali sono diventate 190 significa che l' umanità impiega metà del suo tempo a celebrare la propria mondialità, oggi di danzatrice, domani di infermiera, dopodomani di contadina. E un giorno non fuma e l' altro non beve. E un giorno lotta contro l' obesità e l' altro contro la magrezza. Per organizzare meglio la metà della nostra esistenza consigliamo agli impiegati dell' Onu addetti alla mondialità di offrirci la mezza giornata mondiale al giorno. Presto infatti le giornate potrebbero non bastare a contenere il bisogno che ha la specie umana di essere mondiale sempre, in ogni ora e in momento. E c' è poco da ridere: non è il comico che si annida in questa inflazione di mondialità, ma la malinconia saturnina, la grinta imbronciata. Alla fine infatti organizzare la giornata mondiale contro la tosse canina o a favore del pistacchio è il surrogato di una grande idea, è quel poco che rimane alle elefantiache organizzazioni sopranazionali dell' illusione di governare il mondo. Nella grottesca giornata mondiale della patata c' è insomma una penosa ammissione di impotenza, c' è l' inabissamento della presunzione di uniformare il mondo, di mettergli l' uniforme, di attrezzare sulla cima di un palazzo di vetro la cabina di comando dalla quale dargli il tempo.
 
Francesco Merlo, La Repubblica, 28 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Lombroso, il catalogo delle assurdità
 

Cosa c' entrano i cammelli coi camalli? Niente, si dirà. Eppure, partendo anche dall' assonanza dei nomi, che verrebbero dall' arabo hamal, Cesare Lombroso si spinse nel 1891 a teorizzare che tra gli animali e gli scaricatori di porto ci fosse una sorta di parentela dovuta alla gibbosità. Al punto che, con Filippo Cougnet, firmò un saggio dal titolo irresistibile: Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentotte, cammelli e zebù. La folgorante idea, scrive Luigi Guarnieri nel suo irridente L' atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso (Bur), gli viene «esaminando un paziente, di professione brentatore, il quale ha sulle spalle, nel punto in cui appoggia il carico, una specie di cuscinetto adiposo. Vuoi vedere, almanacca prontamente Lombroso, che la gobba dei cammelli e dei dromedari ha la stessa origine del cuscinetto del brentatore? Subito esamina tutti i facchini di Torino e scrive a legioni di veterinari perché studino a fondo gli animali da soma, in special modo gli asini. Non pago dell' imponente massa di dati raccolti, Lombroso indaga con grande scrupolo i misteri del cuscinetto adiposo delle Ottentotte», cioè le donne del popolo africano dei Khoikhoi. C' è da riderne, adesso. Come c' è da sorridere a rileggere gran parte dell' opera dell' antropologo veronese. Basti ricordare, tra gli altri, lo studio su La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, dove sosteneva, in base all' esame delle foto degli schedari del capo della polizia parigina, Goron (il quale scoprì poi che per sbaglio aveva mandato al nostro le immagini di bottegaie in lista per una licenza...), che «le prostitute, come i delinquenti, presentano caratteri distintivi fisici, mentali e congeniti» e hanno l' alluce «prensile». O quello su Il ciclismo nel delitto, pubblicato su «Nuova Antologia», nel quale teorizzava che «la passione del pedalare trascina alla truffa, al furto, alla grassazione». Non c' è opera lombrosiana in cui non sia possibile trovare, a voler essere maliziosi, spunti di comicità. A partire da certi titoli: «Sul vermis ipertrofico», «La ruga del cretino e l' anomalia del cuoio capelluto», «Fenomeni medianici in una casa di Torino», «Sulla cortezza dell' alluce negli epilettici e negli idioti», «Rapina di un tenente dipsomane», «Il vestito dell' uomo preistorico», «Il cervello del brigante Tiburzio», «Perché i preti si vestono da donna»... Nulla è più facile, un secolo dopo la sua morte avvenuta nel 1909, che ridurre l' antropologo, criminologo e giurista veronese a una macchietta. Un ciarlatano. Eppure, come scrisse Giorgio Ieranò, andrebbe riscoperta «la complessità di una figura che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nella cultura italiana». Se non altro perché «c' era del metodo nella follia di Lombroso. C' era l' illusione di poter offrire di ogni aspetto, anche minuto, dell' universo una spiegazione scientifica, la ferma convinzione di poter misurare quantitativamente ogni fenomeno. Lombroso era un utopista che credeva nella missione redentrice della scienza». Certo, spiega l' antropologo Duccio Canestrini, che insegna a Trento e a Lucca e per celebrare il centenario della scomparsa ha allestito una conferenza-spettacolo (Lombroso illuminato. Delinquenti si nasce o si diventa?) al debutto domani sera a Torino al Circolo dei lettori, era un uomo pieno di contraddizioni: «Socialista, criminalizza di fatto i miserabili. Ebreo, pone le basi del razzismo scientifico. Razionalista, partecipa a sedute spiritiche nel corso delle quali una medium gli fa incontrare persino la mamma defunta e spiega il paranormale con l' esistenza di una "quarta dimensione". Le sue teorie, affascinanti e spesso assurde, ebbero un successo internazionale, condizionando sia la giurisprudenza, sia la frenologia». Con Verdi e Garibaldi, fu probabilmente uno degli italiani più famosi del XIX secolo. Le sue opere erano tradotte e pubblicate in tutto il mondo, dall' America alla Russia, dall' Argentina (dove lo studioso lombrosiano Cornelio Moyano Gacitúa arrivò a rovesciare certe analisi contro i nostri immigrati: «La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c' è il residuo della sua alta criminalità di sangue») fino al Giappone. I convegni scientifici di tutto il pianeta se lo contendevano. Vittorio Emanuele III salutava in lui «l' onore d' Italia». I socialisti lo omaggiavano regalandogli un busto di Caligola. Émile Zola lo elogiava come «un grande e potente ingegno». Il governo francese gli consegnava la Legion d' Onore. Gli scienziati, i medici e i prefetti si facevano in quattro per arricchire la sua stupefacente collezione di crani, cervelli, maschere funerarie, foto segnaletiche, dettagli di tatuaggi di criminali e prostitute e deviati di ogni genere, oggi raccolti al «Museo Lombroso» di Torino. Lo scrittore Bram Stoker lo tirava in ballo scrivendo Dracula. Il filosofo Hippolyte Adolphe Taine gli si inchinava: «Il vostro metodo è l' unico che possa portare a nozioni precise e a conclusioni esatte». E questo cercava Cesare Lombroso, misurando crani e confrontando orecchie e calcolando pelosità in un avvitarsi di definizioni «scientifiche» avventate: l' esattezza. Capire il perché delle cose. Così da migliorare la società. «Il traguardo che spero di raggiungere completando le mie ricerche», dice in un' edizione de L' uomo delinquente del 1876, «è quello di dare ai giudici e ai periti legali il mezzo per prevenire i delitti, individuando i potenziali soggetti a rischio e le circostanze che ne scatenano l' animosità. Accertando rigorosamente fatti determinati, senza azzardare su di essi dei sentimenti personali che sarebbero ridicoli» . Il guaio è che proprio quel «rigore scientifico» appare oggi sospeso tra il ridicolo e lo spaventoso. Il consiglio dato al Pellegrosario di Mogliano Veneto di curare la pellagra con «piccole dosi di arsenico». Il marchio sugli africani: «Del tetro colore della pelle, il povero Negro ne va tinto più o meno in tutta la superficie, e in certe provincie, anche interne, del corpo, come il cervello e il velo pendulo». Il giudizio sulla donna che tende «non tanto a distruggere il nemico quanto a infliggergli il massimo dolore, a martoriarlo a sorso a sorso e a paralizzarlo con la sofferenza». La ricerca «sul cretinismo in Lombardia» dove descrive una «nuova specie di uomini bruti che barbugliano, grugniscono, s' accosciano su immondo strame gettato sul terreno». Le parole sull' anarchico Ravachol: «Ciò che ci colpisce nella fisionomia è la brutalità. La faccia si distingue per la esagerazione degli archi sopracciliari, pel naso deviato molto verso destra, le orecchie ad ansa.». La teoria che «il mancinismo e l' ambidestrismo sensorii sono un po' piu frequenti nei pazzi». Un disastro, col senno di poi. Gravido di conseguenze pesanti. Eppure a quell' uomo incapace di trovare il bandolo della matassa e liquidato da Lev Nikolaevic Tolstoj (che in base alla bruttezza lui aveva classificato «di aspetto cretinoso o degenerato») come un «vecchietto ingenuo e limitato», una cosa gliela dobbiamo riconoscere. Non si stancò mai di cercare. A che prezzo, però...

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 28 aprile 2009




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10 maggio 2009
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Si comincia con i terroristi arabi ma si punta sempre ai soliti fitusi del sud
 
 

Il fatto è che non avendo vere palle per fare leggi di segregazione razziale, e magari farsi sputare dal mondo, si accontentano di proibire il kebab. Solita storia: non potendo mangiare carne si prendono il brodino leguleio. Ed è per questo che la regione Lombardia, non potendo bombardare Gaza, se n’è venuta con questa pensata di vietare il consumo “negli spazi esterni al locale”. Giusto per rendere la vita difficile ai terroristi, incapaci di stare a tavola con forchetta e coltello. Giusto per esportare la democrazia del ristorante. Giusto per occhiuta fobia piccolo-borghese, vorremmo dire. Così nel nome dei valori, se non ci fosse l’ovvio cognome della tipica cretineria di destra che – Dio ce ne scampi – quanto ad ingegno si fa fottere solo dallo scecco o asino che dir si voglia, il quadrupede con la cui carne una volta si faceva la mortadella, quella dei panini. Quelli che si mangiavano passeggiando: orgoglio e vanto della gastronomia da strada.
A proposito di cretineria di destra, si ricorderà di quando si tentò di proibire il consumo di cono-gelato. Quello tutto da leccare. Per ovvia allusione erotica. Ma allora era solo ero-fobia, adesso c’è l’islamofobia e in Italia, si sa, sempre tardi si arriva con gli aggiornamenti bellici.

Ma il fatto è che hanno preso la piazza e la strada per nemico. Già nessuno canta più per via, tutti inforcano gli iPod. Nessuno si saluta incontrandosi, tutti digitano sms. E pure questa si deve anche vedere, nessuno più masticare un pezzo di conforto in bocca? La vera guerra è alla socialità, alla folla, alla confusione a quella polifonia multicolore della teocrazia popolare della casbah dove nessuno è solo, ma sempre in mezzo a tutti i suoi rutti e al bicarbonato. Proteine, latticini, vitamine e gusto. Tutto questo è il kebab. Così come la porchetta a Roma e frutti di mare a Napoli, succhiati dalle vive vulve dei mitili e così anche i fish & chips di celtica memoria, minutaglie unte e ghiotte, da leccarsi i baffi (oltre che le dita). Ma il fatto è che l’igiene è regola di bagnetto e salviettina, dogma di liofilizzato, tabù della mono porzione (nel senso di mangiare da solo come un cane). Solo una società marcia e moscia può temere la bancarella e la sana sugna delle fritture e tanto per cominciare il boccone del povero è prezioso dono di soccorso sociale. Intendiamoci: a Palermo, con un euro, si mangia. E si mangia bene. Certo, si consuma per strada. Tutti sono costretti alla camminata ad angolo retto per non lordarsi di sublime grasso gocciolante ma con un solo euro – una volta anche con cinquecento lire – il palato accoglie pietanze degne da Re. Che cosa non sono, infatti, le stigghiola? Una vera leccornia: budella d’agnellino ripiene di cipollina, mollica di pane fritta e aglio. Un menu con hamburger da McDonald’s costa sette euro. E si mangia direttamente nel vasino.

Intendiamoci: anche a Milano, anche a Torino, ovunque arrivi la prolifica razza terrona si può allestire la bisboccia dell’arrosti e mangia. E intendiamoci, appunto: si comincia con i terroristi arabi ma sempre ai soliti fitusi del meridione si punta. E non potendo rinnegare l’Unità d’Italia troppo sfacciatamente, si proibisce il doner infilzato per cancellare il menu mediterraneo delle bancarelle e così sfregiare l’ultima periferia dello Stivale. Addio ai monti allora, e addio alle patate bollite, ai carciofi arrosto, alle lumache dette crastoni, al polpo bollito e salato, al pane coi ricci e, infine, addio al quarume. Trattasi di cartilagini, amorevolmente cucinate in mezzo al traffico. Trattasi di cose strane che riempiono la pancia, come il pane con la meuza, ossia quella milza che la regola di socialità – alla faccia della cucina molecolare – propone secondo due regole: schetta o maritata. Traduzione: signorina o coniugata. E perciò milza coniugata con pecorino, con ricotta e limone, o con nobile caciocavallo. Ragusano, va da sé.

Pietrangelo Buttafuoco, 24 aprile 2009




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10 maggio 2009
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Ortese-Sciascia: la nostra povera Italia
 

Difficile immaginare scrittori più diversi, eppure tra Leonardo Sciascia e Anna Maria Ortese si stabilì un' amicizia a distanza e una reciproca stima insospettate ai più. Lo dimostra lo scambio epistolare che viene pubblicato nei vent' anni della morte dello scrittore siciliano dal semestrale «Il Giannone», diretto da Antonio Motta, che gli dedica un ricchissimo numero monografico. Si tratta di un corpus lacunoso e un po' sbilanciato, che prende avvio all' indomani dell' uscita de L' affaire Moro: due sono le lettere di Sciascia (conservate nell' Archivio di Stato di Napoli), quindici quelle della Ortese (conservate nella Fondazione Sciascia di Racalmuto). Già in Todo modo, del ' 74, a proposito del rapporto con la realtà Sciascia aveva evocato un racconto della Ortese, Un paio di occhiali, il racconto «della bambina di vista debolissima cui danno finalmente gli occhiali; e la miseria del vicolo napoletano in cui vive le balza improvvisamente incontro, le provoca vertigine e vomito». Un tributo insolito, per uno scrittore che amava citare soprattutto i classici. Ma non è escluso che la corrispondenza nascesse da un comune sentire attorno all' assassinio del politico democristiano, a proposito del quale la stessa Ortese aveva scritto sul «Secolo XIX» un vibrante j' accuse contro l' indifferenza della classe politica. È possibile che la Ortese avesse deciso di esprimere la propria solidarietà a Sciascia dopo aver letto su «Panorama» l' articolo in cui l' autore del Giorno della civetta definiva lo Stato un «guscio vuoto». A una prima lettera (perduta) della scrittrice napoletana (datata 7 luglio ' 78), Sciascia risponde da Racalmuto il 4 novembre scusandosi per il ritardo («per scrivere un libro, ogni anno, ho bisogno di un quasi assoluto isolamento»): «Le sue domande sono anche le mie. E principalmente questa: che cos' è questo Paese? Un Paese, sembra, senza verità; un Paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato. Pieno di odio. E nella disperazione e nell' odio propriamente spensierato, di una insensata, sciocca vitalità. Sembra». Tuttavia, aggiunge Sciascia, sotto sotto si scopre «come nascosto, come clandestino, un Paese serio, pensoso, preoccupato, spaventato», costretto a «fare i conti con quell' altro Paese, quello del potere, dei poteri: quello che non vuole la verità, che non ci vuole, che ci costringe a quella che Moravia chiama estraneità dolorosa». En passant, lamenta pure di essere «bersaglio degli imbecilli, degli invidiosi, dei servi, e per aver scritto una verità che mi pare persino ovvia». E riprendendo parole della Ortese sembra quasi farne una questione ontologica: «Sì, credo anch' io nel "male". Nell' oggettività del "male". Nel male che torna a invadere l' uomo che non sa più coltivare il bene: così come qui, intorno a me, la campagna non più coltivata è ora invasa dalle erbe». Devono passare diversi mesi perché la corrispondenza riprenda, ma d' ora in poi le testimonianze sono quasi a senso unico. Nel maggio ' 79, Anna Maria Ortese esprime l' auspicio che il suo interlocutore si allontani il più possibile dall' incandescenza dell' attualità: «Sarebbe bello se Lei si mettesse a scrivere adesso, un altro libro sigillato (non destinato a nessuno) lasciando tutto il resto (...) temo il rumore del mondo». E dopo un mese ritorna sul tema: «Temevo soltanto per Lei - per i Suoi libri - l' urto con la vecchia Italia (ma dovrei dire la nuova - la prima non era meschina)». Lo invita a stare alla larga dal «mondo romano». Confessa di aver votato radicale per le politiche, ma socialista per il Parlamento europeo. Antonio Motta fa giustamente notare quanto le considerazioni della Ortese, consegnate a due saggi del febbraio-aprile 1980, somiglino a quelle di Sciascia sull' Italia, percepita come un Paese estraneo alla ragione, lontano e indifferente. La sfiducia della scrittrice non è limitata alla politica. Le sue angosce in questi anni come in passato riguardano la sua sfera privata, in particolare la drammatica condizione economica e lo stato di prostrazione psicologica in cui si trova a vivere con la sorella. Da Rapallo, in una lunga lettera del 24 agosto ' 81, rende partecipe Sciascia della sua disperazione, chiedendo senza mezzi termini il suo aiuto: «Sono a Rapallo dal ' 75. Vivo con mia sorella. Mia sorella - senza una sua famiglia, solo me - ha artrosi, altri mali, e soprattutto un sistema nervoso sconvolto (...). Stati di depressione e stati di agitazione sono continui, malgrado le cure, la mia vita è a soqquadro, e un' angoscia, come davanti a un mistero, mi domina». La casa in affitto, procuratale per interessamento del presidente della Banca Commerciale, Innocenzo Monti, marito di Lalla Romano, «è una casa del tempo di Garibaldi, con pavimenti rotti, senza balconi, solo finestre, e il rumore delle macchine, tutte le volte che non piove, è una mostruosità. Rumore, ma senza sole, e d' inverno niente riscaldamento». Né il sindaco del paese né l' editore Rizzoli, sollecitato a venirle in soccorso, intervengono: «Sempre silenzio. Imparai allora a dormire, quando mi sentivo proprio male, con i pollici nelle orecchie». Il desiderio è quello di poter «tornare a scrivere storie, e vedere un po' in pace mia sorella». L' appello a Sciascia è di presentare «questa situazione desolata a qualcuno di Roma. Anche, occorrendo, a Giovanni Spadolini». Spadolini è il presidente del Consiglio e conobbe la Ortese quando era direttore del «Corriere». Ancora prima che arrivi una risposta, Anna Maria Ortese esprime a Sciascia tutta la sua gratitudine e la sua ammirazione: «Sono mortificata ma insieme tanto contenta di aver bussato dov' era scritto il Suo nome: Grande Sicilia. Lei solo ha aperto». Soltanto la bontà «può sollevare il mondo, oggi, lo so. Tutto il resto è sogno». E la generosità di quell' uomo apparentemente ombroso che era Sciascia ripaga questi gentili pensieri. Da una lettera del 27 novembre, si intuisce che l' intervento di Sciascia, deputato nelle fila dei Radicali, presso Spadolini è andato a buon fine: «Ho ricevuto una lettera dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (firmata credo da Francesco Compagna): mi si comunica l' assegnazione di un premio di cultura, di 2 milioni. Può immaginare la mia gioia! È una sorpresa, ma anche una provvidenza grande, perché mi consente di affrontare senza angosce economiche l' anno nuovo (...). Ora sto meglio, davvero; e penso di doverlo a Lei. Dio La benedica, caro Sciascia». Il 21 gennaio ' 83 Sciascia manda un biglietto d' auguri dalla clinica di Montreux, in Svizzera, dove è ricoverato. Le apprensioni della Ortese non scemano, anzi: l' obiettivo è sempre quello di lasciare la casa di Rapallo. Chiede aiuto ai politici nazionali e alle autorità locali ma nessuno le risponde. Si domanda: «È sparito il nostro Paese? Non ne so più nulla». In quella che considera una «vicinanza nella quasi comune passione del giusto», dopo Moro c' è un altro nome su cui i due amici solidarizzano: Enzo Tortora. «Sono vicina al "caduto" di turno: Enzo Tortora (io che non apro il televisore da anni). Ho alcune sue lettere (...). Sono blocchi di dolore e disperazione - scritte da uno "scrittore" naturale: non una incrinatura - specchio di carattere. Credo in Tortora. Comunque, adesso è mio fratello. Come vorrei aiutarlo! Gli hanno detto che solo fra due anni giudicheranno. Sembra di sognare. Se non c' è giudizio - come può esserci pena? Fondata su un pre-giudizio, dunque?». Le ansie civili accompagneranno sempre quelle private. Seguiranno altre lettere di disperazione e richieste d' aiuto. Gli aiuti arriveranno: Anna Maria Ortese, grazie alla Legge Bacchelli, nel giugno 1986 otterrà un vitalizio che le permetterà di pagare il mutuo della nuova casa, ma la sua disperazione era una bestia che aveva poco a che fare con il denaro, come mostrano anche le ultime lettere all' amico Sciascia, al quale confesserà il proprio senso di colpa per godere di un mensile che lo Stato nega a Mario La Cava, un altro scrittore povero.

 La rivista Il numero del semestrale «Il Giannone» dedicato a Leonardo Sciascia nel ventennale della morte sarà in libreria nei primi giorni di maggio. Il volume contiene lettere, interviste, saggi critici, testimonianze e immagini inedite. «Il Giannone», diretto da Antonio Motta, è pubblicato dall' Istituto di Istruzione secondaria superiore Pietro Giannone di San Marco in Lamis (Foggia)

Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 24 aprile 2009




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10 maggio 2009
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Tre ragioni per non dirmi antifascista

Il fascismo è morto e sepolto e si è portato appresso l’antifascismo. Quando morirà definitivamente il comunismo si porterà con sé l'anticomunismo. Ora sopravvive un residuale comunismo e dunque un residuale anticomunismo. I conflitti e le abiure che si inscenano sul cadavere putrefatto del fascismo sono sedute spiritiche insensate.
Un conto è celebrare in positivo una festa nazionale e civile per confermare l’amore (,..)
(...) per la libertà, il rispetto della democrazia e della pace, l’accettazione piena e incondizionata di diritti e di doveri. Un’altra cosa è inscenare questi test d’ingresso nella democrazia liberale da parte di chi per anni l’ha avversata nel nome del comunismo. Non mi permetterei mai di chiedere, per esempio, a Napolitano e D’Alema di partecipare ad una celebrazione dell’anticomunismo e di dichiararsi tali. Sarebbe ipocrita, offensivo della dignità edel passato dei due esponenti che fino alla tenera età di 65 e di 42 anni si sono detti comunisti. Mi basta sapere, e non ne dubito, che i due accettano i principi di libertà di cui sopra. Ci sono memorie divise e memorie condivise, valori diversi e valori comuni.
Fanno bene, per carità, Berlusconi, Fini e i popolani della libertà a celebrare il 25 aprile. Andate avanti voi perché a me viene da ridere. O da piangere. Insomma tutt’e due, Non perché dubiti della loro piena accettazione dei principi di cuisopra, ma perchè è ipocrita e grottesco chiedere a chi si è definito fascista fino alla tenera età di 42 anni simili radicali abiure. E mi pare ipocrita e grottesco pure chiedere a chi, come Berlusconi, ha rappresentato il sentimento afascista, maggioritario nel nostro paese già in epoca democristiana, di sifilare per la Resistenza come non ha mai fatto, convinto che sia stata la festa di una minoranza militante, fiera e partigiana che per tanti anni e per
aue terzi sognava ai portare a compimento la Rivoluzione cacciando capitalisti Chiesa e borghesi.
Fermo restando il ripudio della guerra, della violenza e dei totalitarismi, senza riserve alcune, rivendico il diritto ad un diverso giudizio storico e al rispetto dei sentimenti. Non me la sento di dirmi antifascista al cospetto di un grande filosofo fascista come Gentile, ucciso mentre cercava la concordia tra gli italiani. Non me la sento di dirmi antifascista davanti al sacrificio di un giovane fascista, limpido, libertario e coerente, come Berto Ricci che perse la vita, senza toglierla a nessuno, nel nome della sua rivoluzione. Non me la sento di dirmi antifascista ricordando Araldo di Crollalanza, ministro che realizzò grandi opere, e del fascismo ebbe solo la versione costruttiva. Cito apposta loro tre per ricordare con loro i giganti che vi aderirono pagando di persona; igiovani che si sacrificarono per un’idea o solo per rispettare un impegno d’onore, e i tanti governanti onesti ed efficaci che edificarono l’Italia. Nessun razzista e persecutore tra loro.
Non me la sentirei poi di sfilare nel nome dell’antifascismo tra i terremotati d’Abruzzo dove le case costruite dal fascismo hanno resistito intatte, e quelle che son venute dopo, in epoca antifascista, hanno massacrato i loro abitanti. Non me la sentirei di dirmi antifascista perfino tra gli antifascisti che fuggirono in Russia per sfuggire al regime fascista e li furono trucidati, col beneplacito di Togliatti. Furono uccisi più antifascisti dall’antifascismo rosso che dal ventennio fascista...
Vedo l’adesione alla Resistenza “senza se e senza ma” di Fini, che non distingue nemmeno tra chi voleva la libertà e chi la dittatura del proletariato. Poi leggo un manifesto del Pd che dice “Ogni 25 aprile libera l’Italia” come se la liberazione fosse uno spray nasale valevole 24 ore. E do ragione a Marx quando diceva che la storia si presenta due volte, prima come tragedia e poi come farsa. Pochi giorni fa ho partecipato ai funerali di Giano Accame che stava scrivendo da anni un libro, La morte dei fascisti, e che ha voluto farsi avvolgere nella bandiera della Rsi. Non conoscevo un fascista più libertario di lui, uno che cercasse il dialogo e pure l’intesa con antifascisti. socialisti e comunisti e che difendesse la libertà, la tolleranza e la democrazia come lui. Ai suoi funerali, che sembravano poi i funerali del neofascismo,
non sono mancati segni nostalgici ma i giomalisti presenti, e c’erano pure firme di sinistra, non hanno scritto nulla su questo, con una civiltà che fa loro onore, non hanno speculato... Beh, se fossi antifascista, partigiano e comunista, mi sentirei più rispettato da gente come Accame che da queste conversioni a U, che sarebbero ai loro occhi oltraggiose paraculate, mentre ai nostri non lo sono perché sappiamo che chi non ha mai creduto in niente può sostenere tutto.
In questo momento mi metto dalla parte dei morti, morti fascisti e morti antifascisti. Immagino una spoon river della guerra civile, Immagino il dolore, forse il disgusto, di chi ha dato la vita per la propria causa e poi si vede usato dalla politica di ambo i versanti per fini meschini. Svolazza sui loro cadaveri qualche avvoltoio che dopo aver campato sui morti fascisti, ora campa sui morti antifascisti ed ebrei... Provo pena per tutti loro.
Non voglio citarvi testi e autori impegnativi, e nemmeno le lettere dei condannati a morte di ambo le parti. Ma un testo e un autore comici e tragici, come si addice alla circostanza, che esulano dai due campi del fascismo e dell’antifascismo; se fossi uno di loro, caduti del fascismo e dell’antifascismo, direi irritato: “si perdo a pacienza, mnmè scuordo ca so’ muorto e so mazzate!” e poi aggiungerei: “Sti pagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive. Nuje simmo serie.. .appartenimmo à morte!” (Totò,A’ livella).
Marcello Veneziani, Libero, 24 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Ahmadinejad, comizio anti-Israele l' Europa abbandona il vertice Onu

 
Vincenzo Nigro, La Repubblica, 21 aprile 2009



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10 maggio 2009
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La provocazione di Teheran


Obama è nei guai. L'uomo cui aveva appena teso la mano per ricucire dopo trent'anni i rapporti Usa-Iran, sperando che lo aiutasse a sganciarsi onorevolmente dall'Iraq e dall'Afghanistan, ha festeggiato a suo modo il centoventesimo compleanno di Adolf Hitler.
Mahmud Ahmadinejad ha rubato la scena alla conferenza Onu di Ginevra con una tirata contro il "governo razzista" (leggi: Israele) che i vincitori della seconda guerra mondiale avrebbero imposto alla "Palestina occupata".
Una provocazione mirata, con cui il presidente della Repubblica Islamica intendeva cogliere almeno tre obiettivi.

Primo, sfruttare l'"effetto Gaza", l'indignazione della piazza islamica (e non solo) per il comportamento delle truppe israeliane durante la recente campagna militare, che ha portato la popolarità dello Stato ebraico nel mondo ai minimi di sempre. Secondo, volgere il summit delle Nazioni Unite in spot gratuito ad uso domestico per la sua rielezione alla presidenza dell'Iran, nel voto di giugno. Terzo, chiarire agli americani e agli europei che nella partita del nucleare iraniano è lui a guidare le danze, giacché sono loro a trovarsi in stato di necessità. Per conseguenza, sarà lui a dettare il tono e a creare l'atmosfera del negoziato, se mai decollerà.

Ahmadinejad ha ottenuto ciò che desiderava. Il consenso di buona parte dei delegati, che hanno applaudito la sua invettiva contro "gli Stati occidentali rimasti in silenzio di fronte ai crimini di Israele a Gaza". La divisione del campo occidentale, visto che inizialmente solo la classica famiglia anglosassone in versione ridotta (Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda) più quattro Stati europei (Olanda, Italia, Polonia e Germania) ha seguito Israele nel boicottaggio di "Durban 2", assemblea prevedibilmente indirizzata sulle orme antisemite di "Durban 1". Sicché diversi delegati occidentali erano in aula quando il presidente iraniano è salito sul palco, con il preciso intento di costringerli a un poco glorioso abbandono alla prima salva contro Israele. Ma alla maggioranza degli europei questo non pare ancora sufficiente per tornarsene a casa.

Non che Ahmadinejad abbia detto alcunché nuovo. Come la pensi sull'Olocausto e sull'"entità sionista" è stranoto. Gli occidentali e tutti coloro che non condividono le sue tesi, a cominciare ovviamente dagli israeliani, avevano avuto tutto il tempo per concordare una risposta comune, all'altezza della sfida. Boicottando in massa la conferenza - con tanti saluti all'Onu, che consapevolmente si prestava a scatenare la grancassa anti-israeliana e anti-occidentale - o accettando tutti insieme il contraddittorio. Né l'uno né l'altro. Il leader iraniano li ha divisi e infilzati a fil di spada, uno per uno. E a margine, ha contribuito all'ennesimo round fra mondo ebraico e Vaticano, con la Santa Sede sotto accusa per non essersi sottratta alla "conferenza dell'odio", cui continua a partecipare: il nunzio non ha neanche abbandonato la sala quando il leader iraniano ha iniziato ad attaccare Israele.

Con studiata perfidia - esibendo sangue freddo e notevole abilità politica - Ahmadinejad ha lasciato cadere a margine del suo comizio una maliziosa apertura a Obama. Assicurando di "accogliere positivamente" la svolta Usa verso l'Iran, di puntare solo al nucleare civile e di rifiutare quello militare. In attesa di "fatti concreti" da parte americana, ha rimandato la palla nel campo avversario.
Ora Obama deve scegliere. O persiste a cercare il dialogo, malgrado tutto, per districare il suo paese dall'imbroglio mediorientale in cui l'ha ficcato Bush, ciò che è impossibile senza un'intesa con l'Iran. O smentisce se stesso, dimostrando di non avere una rotta, per evitare una gravissima crisi con Israele.

Con la sua provocazione, Ahmadinejad ha messo Obama con le spalle al muro. E noi europei con lui, per quel poco che contiamo. Soprattutto, rischia di portare in superficie il profondo dissidio fra Usa e Israele su come trattare l'Iran, finora tenuto in sordina in nome della profonda, intima amicizia fra i due popoli e i due Stati. Per Netanyahu e Lieberman le avances della Casa Bianca al regime dei pasdaran sono anatema. I militari israeliani sono pronti a colpire obiettivi iraniani, se Teheran si avvicinerà irrevocabilmente alla soglia della bomba atomica. Molti fra loro pensano l'abbia già fatto. Pare che il Mossad consideri la politica mediorientale di Obama un pericolo per la sicurezza di Israele e lo abbia fatto sapere al governo.

Gerusalemme, se necessario, farà da sola. Mirando al cuore del programma iraniano, sempre che di cuori non ve ne siano troppi per la sola aviazione israeliana.
Ma in caso di attacco israeliano ai siti nucleari persiani, il dilemma di Obama non sarà più tra vellicare Ahmadinejad o rassicurare Netanyahu. Sarà tra assistere all'incendio del Medio Oriente o intervenire al fianco di Israele per difenderlo dalle rappresaglie iraniane e islamiste. Dichiarando guerra al paese cui ha appena offerto un clamoroso segno di pace.
 
Lucio Caracciolo, La Repubblica, 21 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Referendum: a cosa serve, quanto ci costa
 
Come mai il referendum appassiona tanto i politici?
E’ sempre così quando si tocca la legge elettorale: una sola virgola spostata può inghiottire interi partiti. Dinamite pura. La sola prospettiva che questo referendum si tenesse, quattordici mesi fa, fu sufficiente a far cadere Prodi (Mastella si dimise anche per questo). E stavolta, giura Berlusconi, siamo stati prossimi alla crisi per mano della Lega.

Quanti sono i quesiti?
Tre. Però i primi due mirano allo stesso traguardo della semplificazione politica, in pratica un’unica domanda. La terza punta a vietare le candidature multiple. Oggi un leader può presentarsi in più circoscrizioni e risultare eletto in luoghi diversi, salvo optare poi. Il risultato è che così decide chi far scattare tra i primi dei non eletti. I promotori del referendum lo giudicano uno sconcio. Gli altri, un dettaglio.

A che cosa si riferiscono i quesiti della discordia?
Che il premio di maggioranza non venga più attribuito alla coalizione vincente (nell’ultimo caso Pdl più Lega e MpA). Propongono di cancellare la parola coalizione e di attribuire il «premio» a un unico partito: quello che otterrà la percentuale migliore. Per assurdo, col 25 per cento dei voti potrà conquistare il 55 per cento dei seggi alla Camera (oppure la maggioranza su base regionale al Senato). Tutti gli altri si divideranno il rimanente 45 per cento.

E’ vero che i partitini verrebbero fatti fuori?
Sì e no. Per i «nanetti», condanna garantita. Dovranno bussare con il cappello in mano alla porta dei fratelli maggiori. Troveranno accoglienza solo rinunciando a nome e simbolo. Sorte migliore per i partiti in grado di superare lo sbarramento (4 per cento alla Camera, 8 per cento al Senato): eleggeranno la loro quota di deputati e senatori, che significano diritto di tribuna e finanziamenti pubblici. Alle passate elezioni l’Udc realizzò l’impresa. Secondo i pronostici, oggi la sfangherebbero pure Lega e Idv.

La Lega, dunque, sopravviverebbe. Ma allora, come mai spara contro il referendum?
Perché non conterebbe più nulla. A contendersi il «premio» per governare l’Italia sarebbero Pd e Pdl. Il famoso bipartitismo. E vista l’aria che tira, se tornasse domani alle urne Berlusconi potrebbe conquistare la maggioranza da solo, dando un calcione a Bossi.

Che senso ha litigare sulle date e sull’abbinamento con Europee e amministrative?
Votare una domenica anziché l’altra, in abbinamento con amministrative ed Europee può far raggiungere il quorum (metà degli elettori, più uno) oppure no. Niente quorum, referendum fallito. E’ dal 1995 che l’ostacolo non viene superato. Gli ultimi tentativi hanno registrato un’affluenza del 25%.

Gli avversari del referendum puntano sull’astensione. Non potrebbero battersi per il no?
Fanno un calcolo machiavellico. Mandare la gente al mare è più facile che convogliarla ai seggi. L’astensionismo consapevole si aggiunge a quello, fisiologico, di chi non può andare alle urne, o non gli interessa.

Abbinato all’«election day», il referendum avrebbe avuto più chances?
Certamente sì. Il 6-7 giugno gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi per il Parlamento Ue e, in molti luoghi, per le amministrative. Se il referendum si agganciasse a questo «trenino», non faticherebbe a raggiungere il quorum.

È vero che il mancato abbinamento sottrae 400 milioni di euro ai terremotati?
Le spese certe dello Stato oscillano tra 170 e 200 milioni di euro. La cifra di 400 si ottiene (vedi www.lavoce.info) solo se si aggiungono i costi indiretti dei cittadini: ore di riposo perse, benzina per andare in macchina ai seggi, babysitter per badare nel frattempo ai figli piccoli, e via così.

Quanto si risparmia votando il 21 giugno?
Dipende dal numero di province che arriveranno al ballottaggio. In teoria potrebbero essere 60, a giudicare dai sondaggi saranno una ventina. In questo caso, 50 i milioni salvati. Per gli altri 120-150 milioni di spese vive, nulla da fare.

La Lega dice che è la Costituzione a vietare il referendum nell’«election day»...
Prova ne è, secondo loro, che in 40 anni non si sono mai abbinati referendum ed elezioni generali. Sciocchezze, replicano i promotori Guzzetta e Segni, che citano un paio di precedenti di segno opposto e il parere di presidenti emeriti della Consulta. Comunque il problema è ormai alle spalle: il governo ha già lasciato scadere i termini per votare il 7 giugno. Restano il 14 e il 21. Più l’ipotesi (che al momento non attecchisce) del rinvio di un anno.

Mettiamo che non si raggiunga il quorum. A quel punto che succede?
Ci teniamo il sistema elettorale attuale, meglio noto come «Porcellum». Rendendo inutili le 820 mila firme raccolte dai promotori. Vittoria della Lega, soddisfazione dei centristi Udc, sollievo di parte del Pd. E rimpianto del Cavaliere, che grazie al referendum poteva governare da solo. Ma ha perso l’attimo.
 
Ugo Magri, La Stampa, 20 aprile 2009



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