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zemzem
 
 
27 settembre 2009
Ti si risponderà che il paragone non ci sta.









 


La libertà di stampa che piace a D'Alema è quella di Pol Pot


«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in
edicola». Chi ha sentenziato così? Il maledetto Caimano, ossia Silvio
Berlusconi? Macché, è stato il democratico Massimo D'Alema. Max ha
anticipato tutte le ire del Cavaliere nei confronti della carta stampata.
Con assonanze sorprendenti. Compresa la strategia di darci dentro con le
cause civili e le richieste astronomiche di danni.
La prima scena risale al 31 ottobre 1992. Aeroporto di Lecce. Incontro D'Alema
che aspetta il volo per Roma. È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia
contro una masnada di pessimi soggetti. I giudici di Mani Pulite. Gli
editori. I giornali e i giornalisti. Primo fra tutti, Eugenio Scalfari,
direttore di "Repubblica". Ringhia: «Scalfari ha leccato i piedi ai
democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso
fa il capo dell'antipartitocrazia».
Quarantotto ore dopo, intervistato dal "Giorno", Max si scaglia di nuovo
contro "Repubblica": «Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori,
per lasciare tutto in mano a Scalfari?». Un vero figuro, Barbapapà. Anche
perché è in combutta «con quell'analfabeta di andata e ritorno che si chiama
Ernesto Galli della Loggia». "Repubblica" prova ad ammansire D'Alema. Però
il 13 novembre lui replica: «Ormai i giornali sono un problema in Italia,
esattamente come la corruzione».
La rabbia dalemista ha un motivo: siamo in piena Tangentopoli e la stampa dà
spago al pool di Mani Pulite. In un'intervista a "Prima Comunicazione" che
in seguito citerò, Max dirà parole di fuoco sui giornali: «Si sono
comportati in modo fazioso, scarsamente rispettoso dei diritti delle
persone. Hanno alimentato una circolazione impropria di segreti giudiziari e
il narcisismo della magistratura. La loro responsabilità morale è stata
enorme: verbali, pezzi di verbali, notizie riservate sono diventati oggetto
di uno sfrontato mercato delle informazioni. Uno spettacolo di iattanza
indecente. Ha ragione la destra quando dice che c'è un circuito
mediatico-giudiziario che ha distrutto delle persone».
Il 13 aprile 1993, la rabbia di Max sembra al culmine. Dice: «In questo
Paese non sarà mai possibile fare qualcosa finchè ci sarà di mezzo la
stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una
bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano». Ossia nello stile
del comunista Pol Pot, capo dei khmer rossi, il sanguinario dittatore della
Cambogia.
Ma la nuova Repubblica nasce sotto un segno che a Max non piace: la vittoria
di Berlusconi nel marzo 1994. Achille Occhetto si dimette da segretario del
Pds e a Botteghe Oscure s'insedia D'Alema. Per qualche mese, il nuovo
incarico lo obbliga a un minimo di cautela. Ma la sua avversione per i
giornali non è per niente svanita.

Nel giugno 1995, intervistato da Antonio Padellaro per "L'Espresso",
riprende a ringhiare contro «l'uso spesso selvaggio dell'indiscrezione
giudiziaria». E conclude che le cronache su Tangentopoli hanno «consumato
quel poco di rispetto per lo stato di diritto e di cultura liberale
esistente da noi. Il danno prodotto è stato enorme. Provo fastidio per il
comportamento dei giornalisti: non aiuta di certo l'immagine dell'Italia».
Il 1995 sarà un anno terribile per D'Alema e per Veltroni, direttore dell'"Unità".
Però Max non presagisce nulla. Il suo giornalista preferito è un
televisionista: Maurizio Costanzo. In luglio, la Botteghe Oscure incaricano
Costanzo di "stilare le nuove regole" dell'informazione. E D'Alema lo vuole
accanto a sé nella Festa nazionale dell'Unità a Reggio Emilia. Insieme
presentano il primo libro di Max, "Un paese normale", stampato dalla
Mondadori di Berlusconi.
La tempesta scoppia alla fine di agosto. È lo scandalo di Affittopoli, sulle
case di enti pubblici ottenute dai politici a equo canone. Più saggio di
Veltroni che strilla, ma resta dov'è, D'Alema trasloca. E sceglie la
trasmissione di Costanzo per annunciare il passaggio in un altro
appartamento.
Ma il suo disprezzo per la carta stampata resta intatto. Arrivando a
coinvolgere politici incolpevoli. In quell'autunno dice di me: «Pansa si fa
leggere sempre, ma ha un difetto: non capisce un cazzo di politica. C'è uno
solo in Italia che ne capisce meno di lui: Romano Prodi».
Nel dicembre 1995, Max affida a "Prima comunicazione" il suo lungo editto
contro i giornali. Intervistato da Lucia Annunziata, spiega di sentirsi una
vittima: «Due giornalisti mi tengono e il terzo mi mena». «Il livello di
faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante». «Non esiste l'indipendenza
dell'informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del
potere. E come tali sono inattendibili». «Il loro compito è la
destrutturazione qualunquista della democrazia politica». «Gli editori si
contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia».
Al termine del colloquio con l'Annunziata, prima dell'invito a non
acquistare i giornali, D'Alema annuncia come si comporterà in futuro: «Se
dovrò dire qualcosa di importante, lo dirò alla gente, non ai giornali.
Andrò alla televisione. Mi metto davanti a una telecamera con la mia faccia,
con le parole che decido di dire, senza passare per nessun mediatore. Se
parli con la stampa, sei sicuro di perderci».
Per coerenza, il 5 aprile 1996, alla vigilia delle elezioni politiche, D'Alema
va in visita ufficiale a Mediaset. Accanto a Fedele Confalonieri, dice:
questa azienda «è una risorsa del Paese». E rassicura i dipendenti: «Se
vincerà l'Ulivo, non dovrete temere nulla. Mediaset è un patrimonio di tutta
l'Italia!».
L'Ulivo vince. Max spiega a Carlo De Benedetti: «Hai visto? Abbiamo vinto
nonostante i tuoi giornali!». Ma D'Alema si sente prigioniero del Bottegone.
Vorrebbe stare lui al governo. Prodi e Veltroni non gli piacciono. Sono «i
due flaccidi imbroglioni di Palazzo Chigi». Poi la sua ostilità torna verso
la stampa. In luglio tuona contro «il giornalismo spazzatura». E alla fine
del mese, alla Festa dell'Unità di Gallipoli spiega: «Ormai c'è qualcosa di
più che il normale pettegolezzo giornalistico, tendente ad alterare la
verità. Ci sono lobby, interessi, gruppi che pensano spetti a loro dirigere
la sinistra italiana».
Il 2 agosto, durante la bagarre parlamentare sul finanziamento pubblico ai
partiti, D'Alema ringhia ai cronisti: «Scrivete pure quello che vi pare,
tanto i giornali non li legge nessuno. E anche voi contate poco: prima o poi
vi licenzieranno». A imbufalirlo è sempre il ricordo di Affittopoli e quel
che ritiene di aver subito dalla carta stampata: «Giornalismo barbarico,
cultura della violenza, squadrismo a mezzo stampa».
Perché Max si comporta così? In un'intervista citata dal "Foglio", Veltroni
prova a spiegarlo: «Io sono gentile con i giornalisti. Dovrei fare come D'Alema
che li chiama somari per ottenere la loro supina benevolenza». Ma forse
esiste un problema nascosto: una forma inconsapevole di autolesionismo che
spinge Max a cercarsi sempre dei nemici.

Una sera del novembre 1996, dice a Claudio Rinaldi, direttore dell'
"Espresso": «Fate una campagna sguaiata contro di me. Vi mancano solo
Michele Serra e Curzio Maltese, poi sarete al completo. L'unica critica
fondata che potreste farmi è di aver messo Prodi a Palazzo Chigi». Quindi
spara su Berlusconi: «Mi sta sul cazzo come tutti i settentrionali. È un
coglione ottuso. La sua stagione è finita».
Il 1997 si apre con la causa civile che Max intenta all'"Espresso". Per aver
rivelato la piantina della sua nuova casa, ci chiede un miliardo di lire.
Non lo frena neppure l'onore di presiedere la Bicamerale. Il 5 maggio
scandisce a Montecitorio un anatema globale: «L'ho detto una volta per
tutte, con validità erga omnes, con valore perpetuo: quello che scrivono i
giornali è sempre falso».
Alla fine di novembre si scatena contro l'Ordine dei giornalisti. Bisogna
abolirlo, dice Max, visto che non garantisce la correttezza professionale.
Poi nel gennaio 1998 annuncia di aver scovato l'arma finale per sistemare la
carta stampata. È di una semplicità elementare: niente più processi penali
ai giornalisti, bisogna instaurare «un sistema che consenta una rapida ed
efficace tutela in sede civile e che preveda consistenti risarcimenti
patrimoniali».
Detto fatto, ecco in data 10 febbraio 1998 la causa civile di Max al
"Corriere della sera" per quanto ha scritto «su un fantomatico piano D'Alema
per il sindacato». Richiesta: due miliardi di lire. La sinistra non va in
piazza a protestare. Eppure Max pretende dal «convenuto Ferruccio de
Bortoli» anche il giuramento decisorio. Vale a dire che deve giurare di aver
scritto la verità a proposito delle intimidazioni dalemiane sugli azionisti
di via Solferino.
Quale sorte ebbe questa causa? Confesso di non ricordarlo. Ma che importanza
ha scoprirlo? D'Alema aveva tracciato un solco che, anni dopo, anche l'odiato
Cavaliere avrebbe seguito.

Giampaolo Pansa, Libero, 15 settembre 2009


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26 settembre 2009
Ooooh










Non e' tutto bio quello che luccica

Sembra gia' di sentire le urla d'incredulita' e d'indignazione che si alzano in tutta Italia, dove 8 milioni di persone mangiano di preferenza prodotti biologici pensando di fare del bene alla loro salute; ma insomma la notizia che arriva dall'Inghilterra e' che l'«organic food» non ha alcuna qualita' positiva che lo distingua dal cibo ordinario, quello ottenuto dai campi e dalle stalle normali dove si usano prodotti chimici: lo certifica la britannica Food Standard Agency, sulla base di uno studio scientifico pluriennale che verra' pubblicato dall'autorevole American Journal of Clinical Nutrition. Si tratta della ricerca piu' vasta e approfondita mai compiuta nel mondo su quest'argomento, e con tutti i crismi dell'ufficialita'. Naturalmente nessuno di noi pensa che un singolo studio possa dire la parola definitiva su una questione cosi' complessa e dibattuta da decenni, e siamo fin troppo abituati a leggere un giorno di autorevoli scienziati che dicono che l'acqua fa bene e il giorno dopo di altrettanto autorevoli scienziati che dicono che l'acqua fa venire il cancro. Esageriamo, ma l'andazzo e' questo. Pero', prese tutte queste cautele verbali non si puo' girare la testa dall'altra parte, quando viene pubblicata una ricerca come questa, perche' le scelte devono essere fatte sulla base di un'informazione completa. Lo studio inglese mette insieme i dati di 50 e piu' anni di ricerche, tenendo presente tutto quanto scritto e pubblicato sul cibo biologico: sono stati passati allo scanner addirittura 52 mila resoconti scientifici cumulatisi a partire dal lontano 1958. Ebbene la sintesi del direttore scientifico del progetto, professor Alan Dangour, e' che «non emerge prova di alcun beneficio significativo per la salute derivante dal nutrirsi di alimenti cosiddetti biologici. Tracce di minuscole differenze si possono osservare, ma e' improbabile che abbiano rilevanza per la salute pubblica». Chi non e' abituato al frasario scientifico potra' forse trovare queste dichiarazioni un po' contorte e involute, e attribuirle magari a un residuo di incertezza, e invece uno scienziato parla cosi' quando e' sicuro di una cosa. Dangour ammette «una maggior concentrazione di fosforo nei cibi biologici rispetto agli altri»; pero' aggiunge subito che «il fosforo e' disponibile in quasi tutti i cibi. La differenza di contenuto di fosforo fra alimenti biologici e convenzionali non e' statisticamente significativa». Ancora gergo da scienziati. Altro esempio: i prodotti biologici sono in media piu' acidi, e questo li rende piu' saporiti. «Ma questa piccola differenza di acidita' - dice Dangour - ha a che fare con il gusto, non con la salute». Tale concessione al maggior sapore dei prodotti biologici e' importante perche' gli studiosi della Fsa non intendono fare gli ideologi pro o contro, per cui, ad esempio, non si spingono a dire che il costo (superiore) dei cibi biologici corrisponda a soldi buttati: «Si puo' preferire il cibo biologico, pagandolo di piu', perche' lo si trova piu' saporito, oppure perche' si ritiene che faccia meno danno all'ambiente in quanto prodotto senza sostanze chimiche. Ma non c'e' prova che faccia meglio alla salute del consumatore». Ma a proposito di sostanze chimiche: possibile che l'uso o il non uso di fertilizzanti e pesticidi (cioe' anti-parassitari) non faccia differenza nella qualita' dei cibi? Questa e' una cosa che tutti credevamo fosse accertata e che non si potesse piu' mettere in discussione. Il ritornello del prof. Dangour a questa obiezione e' il solito: «L'eventuale sovrappiu' di sostanze chimiche riscontrato nei cibi convenzionali rientra nelle ordinarie variazioni statistiche e non ha impatto significativo sulla salute». Che cosa ne dicono gli esperti italiani? Il prof. Renzo Pellati, del direttivo della Societa' italiana di scienza dell'alimentazione e autore di «Tutti i cibi dall'A alla Z» (Mondadori), sostiene che la scoperta britannica e' una specie di segreto di Pulcinella nella comunita' degli scienziati: «Le asserzioni favorevoli ai prodotti biologici sono campate in aria e poco convincenti. In tanti anni non ho mai visto un solo studio, con tutti i crismi, su una rivista scientifica internazionale che documentasse i presunti vantaggi del biologico». Inoltre, «sui prodotti biologici i controlli lasciano a desiderare, molto piu' che su quelli tradizionali». Per la Confagricoltura (che associa piu' di mezzo milione di aziende agricole) il responsabile salute Donato Rotundo dice che «qualita' e sicurezza alimentare possono essere ottenute in modo del tutto simile nelle due metodologie produttive. Le produzioni biologiche possono dare un vantaggio all'ambiente». E questo e' tutto. I cibi biologici hanno anche i loro detrattori, secondo cui in mancanza di pesticidi questi prodotti sono pieni di parassiti, che rilasciano deiezioni naturali ma tossiche, e anche cancerogene, quanto e piu' dei pesticidi. Su tali rischi non esistono pero' conferme certe.

Luigi Grassia, La Stampa, 31 luglio 2009


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26 settembre 2009
Papi



 




Regalano l'Italia a Papi

Stanno regalando l'Italia a Berlusconi. Chi? Il gruppo dirigente del Pd e i suoi giornali, gli uni e gli altri guidati da uno dei gruppi industriali più potenti del paese, quello dell'ingegner De Benedetti. Stanno dando l'anima per assicurarsi che il "berlusconiano" - con o senza il cavaliere - resti per decenni la bussola della civiltà italiana. Perché lo fanno?

Sono convinti che la politica sia questo: alternarsi alla guida del governo di gruppi padronali. Non alternarsi di politiche: alternarsi di potere. La vicenda di questi giorni è emblematica. In che consiste la battaglia politica? Nello stradominio del cavalier Berlusconi, in nulla contrastato né dall'opposizione, né dagli intellettuali, né dai grandi giornali; e nel chiacchiericcio stizzoso dei suoi avversari, i quali non si sognano neppure di criticarlo sui grandi temi politici e di governo, ma continuano ad occuparsi esclusivamente delle sue vicende sessuali. Chi è oggi il capo dell'opposizione? Nei fatti è Carlo de Benedetti, che ha piegato ai suoi ordini il gruppo dirigente del Pd (come non gli riuscì con De Mita, tanti anni fa, e neppure con Occhetto). Se però un analista politico straniero non conoscesse bene i fatti di casa nostra, potrebbe pensare che il capo dell'opposizione sia la signora D'Addario. E' di lei che si discute, è su la sua verità che si impegna l'intellettualità italiana. (L'intellettualità italiana è diventata una espressione che assomiglia sempre di più ad un ossimoro. Sapete che vuol dire ossimoro: un insieme di parole inconciliabili, opposte…… Vi ricordate quando c'erano Pasolini, Sciascia, Calvino, Fellini, Visconti, Bobbio, Luporini, Napoleoni, Rodano? Dio che nostalgia!).

Martedì sera ho partecipato alla trasmissione Tv di Bruno Vespa, Porta a Porta, e sono stato chiamato due volte a fare brevi domande al premier. Ho già spiegato due giorni fa perché ho partecipato alla trasmissione, anche se in polemica con la decisione della Rai di rinviare Ballarò, cioè la trasmissione televisiva concorrente a quella di Vespa (Vespa è filo-Berlusconi, Ballarò è filo-Pd).

Non tornerò su questo argomento. Torno invece sulle critiche che ho ricevuto per come mi sono comportato in trasmissione. Ne ho ricevute molte sul sito dell'Altro

e qualcuna anche a mezzo stampa. Per esempio da Curzio Maltese (Repubblica) il quale mi ha presentato più o meno come un giullare di Berlusconi rivolgendomi il rimprovero fondamentale (che riassumo): «Come può uno che si trova in Tv, davanti al premier, non rivolgergli la domanda delle domande: quella su Noemi e Daddario?». Diciamo che Maltese avrebbe voluto che io tornassi a chiedere al premier di rispondere in parlamento (non sulla crisi, non sulle aziende che chiudono, non sulle leggi assurde anti-immigrati criticate dall'Onu, non sulle ronde, non sui tagli alla scuola pubblica) ma su quella che già Beppe D'Avanzo ha definito «la disordinata vita sessuale del premier» (mi ricordo che quando andavo a scuola, al liceo, spesso l'insegnante di religione ci ammoniva a non condurre una disordinata vita sessuale).

Questa critica di Maltese mi angoscia. Perché so che esprime il sentimento di migliaia e migliaia di persone di sinistra. Le quali sono convinte davvero che è una genialata -magari solo una mossa tattica, ma geniale - quella di rinunciare a tutto il resto e di bombardare Berlusconi perché scopa troppo e male. E sono convinte che chiunque provi a dire che l'ostinazione "sessuale" antiberlusconiana è la peggiore delle idiozie, che oltre a non scalfire in niente la forza politica di Berlusconi , sgretola la presenza e l'identità politica dell'opposizione, chiunque provi a dire queste cose - non intelligentissime, ma proprio normali, di puro buonsenso - è un nemico e un traditore. Quando martedì mi sono trovato in Tv davanti a Berlusconi, avendo avuto la possibilità di fare due domande, gli ho chiesto conto dell'attacco alla libertà di stampa (gravissimamente attuato, ad esempio, con le querele a Repubblica e all' Unità , che violano palesemente il lodo Alfano e sono gesti gravi di intimidazione, così come lo è la querela di Fini, persona che per altri versi apprezzo molto, nei confronti di Feltri); e poi gli ho chiesto conto della politica «anti-umana» che il governo italiano conduce nei confronti degli esuli che vengono dall'Africa e che le nostre autorità riconsegnano in mano ai carnefici libici, mandandoli ad un destino di torture e per molti di morte. Voi credete che sia un atteggiamento molto filo-berlusconiano accusare il premier di essere un violatore della libertà di stampa e responsabile della messa a morte di esseri umani, e complice di un feroce dittatore come Gheddafi? Certo, mi rendo conto, sarebbe stato molto più forte dirgli: «ma lei con chi scopa, presidente?».

Se dovessi fare una critica a me stesso e buttare giù un elenco di domande che non ho fatto (e non le ho fatte perché purtroppo le trasmissioni televisive hanno le loro regole e non si possono fare tutte le domande che si vogliono: bisogna sceglierne una o due), elencherei la questione del lavoro, quella dei salari, il problema della mancata ricostruzione di un tessuto produttivo all'Aquila, la superficialità con la quale il governo affronta gli scenari nuovi aperti dalla crisi, il carattere reazionario delle misure anti-immigrati (reazionario e xenofobo), l'ipotesi di introdurre riduzioni negli stipendi dei meridionali (anche qui misura reazionaria e razzista), l'innalzamento del età pensionabile per le donne, i tagli alla scuola pubblica, e varie altre cosette di questo genere. Tutte cose che vengono considerate per ora secondarie dal gruppo dirigente del Pd e anche da gran parte dell'opinione pubblica di sinistra. Voi, per esempio, conoscete qual è l'idea del Pd, o quella dei principali giornali di sinistra, su come affrontare la crisi, su come misurarsi con i nodi strutturali che essa pone, su come riformare il rapporto tra Stato e mercato? Non lo sapete. C'è stato silenzio in questi mesi su questo che è chiaramente il problema dei problemi.

Voi forse avete firmato la petizione di Repubblica contro il premier perché non risponde mai alle domande di D'Avanzo. Benissimo.  Repubblica vi ha forse proposto una petizione per i diritti dei migranti assassinati in Mediterraneo, oppure per la difesa degli stipendi al Sud? Non ve l'ha proposta; nessuno ve l'ha proposta. Il Pd ha chiesto le dimissioni del premier per Noemi non per il 75 morti.

Come mai vengono considerate secondarie queste questioni? Perché - si dice - il problema, oggi, è abbattere Berlusconi. Come, con quali programmi alternativi, con quali alleati? Con chi ci sta. E se chi ci sta è una parte del gruppo dirigente del capitalismo italiano (leggi, per esempio, il gruppo De Benedetti) che su tutti i problemi che ho appena elencato è sempre stato in linea perfetta con Berlusconi? Chissenefrega. E' antiberlusconiano e va bene così. Anche se è anche lui un padrone, anche se anche lui è sulla linea di Berlusconi. Penso che sia un errore madornale questo atteggiamento. Che, appunto, porta a eternizzare il berlusconismo. E si fonda sull'idea che la politica, in fondo, sia un gioco di società, non una lotta di idee, di principi, di interessi.

Io sono convinto che oggi in Italia siano aperte due grandi questioni: quella sociale e quella delle libertà. Purtroppo a rendere sempre più drammatiche queste due questioni è stato il succedersi dei governi di centrodestra e di centrosinistra. I quali si sono alternati nelle responsabilità di esaltare il precariato (strumento di modernità e di progresso) di assegnare un ruolo esorbitante al mercato, di ridurre i diritti, i salari, le pensioni. E poi si sono alternati nelle responsabilità di restringere i diritti civili, di demonizzare i clandestini, di attaccare le libertà a partire dalle libertà sessuali.

Chi ha condotto queste campagne? Sulle pensioni e sul welfare, per esempio (penso al colpo di maglio del governo il 23 luglio del 2007)?, Ricordo i giornali di destra veleggiare abbracciati a Repubblica  e persino al suo padre nobile, a Eugenio Scalfari. Quanto alle leggi "razziali", nessuno ignora che la campagna fu lanciata proprio da Repubblica, nel 2007, e portò al primo decreto contro i rumeni e i rom, e nessuno ignora che quella campagna fu lanciata per destabilizzare Prodi, e che ebbe successo perché portò nel giro di qualche mese all'affossamento di Prodi e al lancio della carta vincente dei debenedettiani, e cioè alla candidatura di Veltroni che si era finalmente liberato della palla al piede della sinistra. E credo che molti di voi si ricorderanno anche che quella campagna xenofoba del centrosinistra fu preceduta dall'offensiva dei sindaci (Cofferati in testa) contro i clandestini, e contro ogni tipo di libertà nelle città, specialmente le libertà dei giovani. Non è così? Le odierne leggi razziali non sono figli di quella azione "apripista" del centrosinistra che destabilizzò e diede una scossone all'opinione pubblica, spostandola brutalmente a destra? Avete mai letto un ripensamento, un'autocritica - su questi temi - nei giornali della corazzata di De Benedetti? No. Avete invece sentito parole critiche da alcuni esponenti dell'allora governo. In parte dallo stesso D'Alema ma soprattutto da Prodi, al quale va dato atto della sua onestà intellettuale. Ce l'avessero altri la sua onestà intellettuale (anche tra i giornalisti)! E allora mi chiedo: ma se uno considera la questione sociale e quella delle libertà i due nodi sui quali si impegna in politica, perché mai dovrebbe accodarsi a uno dei gruppi di potere che è sempre in testa quando si tratta di menare le mani contro i diritti e contro le libertà? Qualcuno mi risponde: perché c'è la questione delle alleanze. E la borghesia che fa capo a De Benedetti è migliore di quella che fa capo a Berlusconi. Siccome è in corso uno scontro feroce tra queste due borghesie, è giusto schierarsi.

Eh, no. Mi avete fregato troppe volte con questo fatto che è giusto schierarsi e che la "patria" chiama eccetera eccetera. La verità è che la borghesia italiana è marcia (ha ragione Brunetta su questo: è marcia…l'ho detto, così si potrà dire più agevolmente che sono irrecuperabilmente passato a Berlusconi…). E la marcitudine della borghesia italiana è il problema più drammatico di questo paese. La borghesia è marcia fradicia e la classe operaia è stata pesantemente sconfitta. All'Italia non manca un ceto politico. Manca una classe dirigente. Vogliamo fare politica davvero e misurarci coi problemi a questa altezza, o vogliamo schierarci compatti dietro a D'Addario? Decidete voi.

Piero Sansonetti, l'Altro, 17 settembre 2009


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26 settembre 2009
Mike Bongiorno
 



Silvio & Mike, così uguali E quell' ultimo minestrone

«Solo io ho fatto 36 riforme e governato 1.412 giorni di fila!». «Solo io ho vinto 16 Telegatti e presentato 11 Sanremo!». Erano nati per capirsi, Silvio & Mike. La stessa passione per i record, il calcio, la pubblicità, la chioma cotonata dai riflessi arancione. Un «matrimonio» durato 32 anni. Finito una sera di pochi mesi fa davanti a un minestrone con lui, Mike, che era andato ad Arcore per farsi consolare e finì quasi per consolare Silvio: «Eravamo noi due, soli, nella grande sala vuota. Era stanchissimo. Davanti a quel minestrone, cucchiaiata dopo cucchiaiata, diceva: "Sono teso, dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti". E pensavo: "Ma guarda un po' , sono qui con l' uomo più potente d' Italia, il più acclamato, una cena che tutti m' invidieranno e mi viene una gran tristezza. Quest' uomo mi sembra così solo!"...». Si erano incontrati la prima volta nel 1977. Quando il presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, quello del Milan Felice Colombo, quello della Rai Paolo Grassi: «Mi telefona a casa uno sconosciuto. Mi fa: "Lei ha lavorato in America, conosce la televisione commerciale, mi potrebbe aiutare a sviluppare un modello analogo in Italia". Gli dissi: "Incontriamoci, ne parliamo, ma sappia che io faccio 25 milioni di telespettatori col mio programma". "Chi è ' sto Berlusconi?", chiesi in giro. "Un palazzinaro che non capisce niente di televisione", mi risposero». Si diedero appuntamento il 9 ottobre, al Club 44, in via Cino del Duca a Milano. «Eravamo solo io e lui», avrebbe raccontato a Luca Telese, del «Giornale»: «Fu la prima volta in cui mi illustrò la sua proposta: "Lascia la Rai e vieni lavorare per me".» Anche se Mediaset non esisteva ancora? «Non esisteva nemmeno TeleMilano, se è per questo. Non esisteva nulla. Berlusconi all' epoca aveva un canale via cavo che si vedeva solo a Milano2». E che cosa rispose alla proposta di lavorare per una tv "condominiale"? «Dissi sì. Mi ritrovai di fronte una persona che parlava come me, pensava come me, aveva un senso tutto americano del fare impresa, che qui in Italia lo rendeva praticamente una mosca bianca». Certo, pesarono i danée: «Tra me e me pensavo: per correre un rischio così deve propormi una bella cifra. E mi ero anche fatto due conti: alla Rai, in un anno, mi davano più o meno 26 milioni di lire lorde. (...) Mi guarda e improvvisamente mi fa: "Io avrei pensato a 600". Chiedo io: "Seicento che?" E lui: "Milioni, ovviamente". Ero così incredulo che gli chiedo ancora: "Oddio, per quanti anni di contratto?". Mi fa: "Per un solo anno, ovvio. Ma poi potrai arrotondare con le televendite e con gli sponsor"». Leggenda vuole che per avere a tutti i costi l' uomo su cui aveva puntato, il Cavaliere non gli diede tregua: «Gli dissi che dovevo parlarne con mia moglie Daniela e che stavo partendo per il Messico. E lui fece trovare un mazzo di rose al giorno a Daniela in ogni albergo in cui scendevamo e chiamò me tutte le sere». Un assedio amoroso. Col fruscio di banconote in sottofondo: «Non amo quelli che fanno le anime belle. Accettai perché era un' offerta che solo un matto avrebbe potuto rifiutare. E poi perché lui aveva avuto l' intuizione geniale che avrebbe cambiato tutto. La pubblicità». Partirono in sordina: «Entravamo negli studi alle 10 del mattino, uscivamo alle 10 di sera. Berlusconi era sempre lì, guardava, giudicava, portava le pastarelle...». Gli inserzionisti cresciuti col «Carosello», avrebbe raccontato il presentatore, non capivano mica tanto, all' inizio, questa storia delle sponsorizzazioni: «Una mattina incontrammo il fior fiore dell' imprenditoria italiana, assieme ai dirigenti delle più importanti agenzie di pubblicità. Saranno state trecento persone. Io e Berlusconi parlammo in piedi su due cassette di acqua minerale». Come potevano non andare d' accordo? Certo, li divideva il tifo. Perché Mike, a differenza di quanti nei dintorni del Cavaliere si sono via via infiammati d' amore per il Milan, non tradì mai la Juve che lo aveva fatto palpitare («Caro Pietro, sei stato il primo mito della mia vita. Quando ero ragazzino ti aspettavo davanti ai cancelli dello stadio di Torino e ti accompagnavo fino al tram», scrisse nel necrologio per la morte del leggendario Pietro Rava) e tanto meno la sera del maggio 2003 a Manchester in cui i bianconeri persero la finale col Diavolo all' Old Trafford. Sul resto, però... Avevano lo stesso medico, Umberto Scapagnini, pronto a giurare ad Aldo Cazzullo che esiste «un metodo per calcolare la differenza tra l' età anagrafica e l' età biologica, tra i dati teorici e l' effettiva attività mentale, fisica, sessuale» e che Berlusconi aveva in effetti «12 anni di meno» anche se «il record appartiene a Mike Bongiorno: meno 17». Lo stesso spirito giovanilista che spinse Silvio a mettersi la bandana e spingeva Mike a fare un mucchio di sport a costo di spaccarsi un po' di ossa: «Ogni volta che prendo l' aereo il metal detector suona e mi bloccano. Io faccio notare che sono Mike e ho i chiodoni. Loro mi rispondono: "Sì Mike, allegria, cortesemente se li tolga e li metta sul nastro". Mi sa che mi prendono per un pirla». E poi lo stesso rapporto di amore con i figli, sui quali avevano pesato molto con le loro personalità traboccanti, anche se i rampolli dell' uno sono stati avviati in azienda e quelli dell' altro se ne sono guardati bene: «Non hanno voluto seguire le mie orme. Si vergognavano di me, in classe gli gridavano "Allergia! Allergia!"». La stessa facilità spensierata a scivolare sulle gaffes senza dare loro importanza, con Silvio a parlare di «Romolo e Remolo» e inventare l' «Estuania» e Mike a chiamare papa Sarto «Pio Ics» invece che Pio Decimo o a tuonare con una concorrente che aveva sbagliato una risposta di ornitologia: «Ahi, ahi signora Longari, lei mi è caduta sull' uccello!». Disse: «Le gaffes le faccio, ma poi, come i conduttori americani, le esaspero, affondo il coltello nella piaga. È autoironia. Io so che ce l' ho, anche se alle volte, onestamente, me lo fanno notare gli altri». Ma soprattutto, i due, avevano in comune la stessa «magia». La capacità di parlare al «proprio» pubblico. Una capacità che a Mike, dopo decenni di sberleffi sulla sua ignoranza («Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all' oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla. In compenso dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa», scrisse Umberto Eco) fu riconosciuta infine non solo dallo Iulm con una Laurea ad Honorem ma perfino dall' Accademia della Crusca: «Ha insegnato l' italiano agli italiani». Per questo, dopo tanti anni, non capì perché Mediaset gli avesse rifiutato il rinnovo del contratto facendoglielo comunicare da un funzionario ma soprattutto perché Silvio lo ignorasse: «L' ho chiamato a novembre: da allora sono passati più di cinque mesi e non mi ha ancora richiamato», raccontò a maggio, deluso, a Fabio Fazio. Peggio: «Lavori 30 anni con un gruppo e di colpo sei fuori. Quando a Natale ho cercato di fare gli auguri a Silvio la segretaria mi ha risposto: "C' è una lunga lista di attesa, la richiamiamo". A me? Cose da pazzi». Poi lanciò il suo appello: «Chiamami, chiamami, sono qua...». Lo chiamò, il Presidente. Lo invitò a cena la sera dopo. A mangiare il minestrone. Soli soli. Stanchi. «C' era come un senso di freddo e di buio attorno a noi».

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 9 settembre 2009

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