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Suora indiana stuprata. «La polizia stava a guardare»

  Corriere della Sera, Cecilia Zecchinelli, 25 ottobre 2008,

Testa bassa sotto lo scialle a disegni tradizionali; viso nascosto da occhiali e microfoni; voce (uninglese con forte accento indiano) esile. Ma parole chiare e forti: «Sono stata violentata e la polizia locale invece di proteggermi ha fraternizzato con gli assalitori. Non voglio essere compatita, voglio un'inchiesta a livello federale». Nella sua prima, affollatissima conferenza stampa all'Indian Social Institute dei gesuiti a New Delhi, suor Meena Barwa della congregazione delle Servitrici, 29 anni, ha ricordato in diretta tv lo stupro che le cambiò la vita due mesi fa e accusato apertamente la polizia del suo Stato, l'Orissa. Il 25 agosto, nel centro pastorale di Nuagaon, distretto di Kandhmal ovvero povera campagna dell'Est, la giovane suora indiana e il sacerdote Thomas Chellan erano stati attaccati da una quarantina di fanatici indù, picchiati, denudati, fatti sfilare per il villaggio, avevano rischiato di finire bruciati vivi. Invece, lei fu violentata da un estremista (anche se le prime notizie parlavano di stupro di gruppo), padre Chellan malmenato per ore. Solo a sera la polizia era intervenuta per liberarli. Senza troppo impegno, confermano vari testimoni. «Le forze dell'ordine non mi hanno aiutato, non volevano nemmeno accogliermi nella stazione di polizia, poi hanno fatto di tutto per non farmi sporgere denuncia», ha detto la religiosa, che aveva preso i voti in aprile. E che ieri, nell'affrontare i media dopo due mesi di silenzio, era affiancata dal vescovo di Bhubaneshwar, capitale dell'Orissa, e dal portavoce della Conferenza episcopale indiana.«Voglio che la gente coinvolta in questi crimini venga allo scoperto e che sia fatta giustizia a suor Meena», ha dichiarato ieri il vescovo, monsignor Cheenah. Due giorni prima dell'inusuale conferenza stampa, la Corte Suprema indiana aveva negato l'appello della suora che chiedeva un'inchiesta federale dopo aver deciso di non collaborare per totale mancanza di sfiducia con le autorità del suo Stato. Che negli ultimi tempi è stato travolto da un'ondata di nuove violenze anticristiane(almeno 37 morti in due mesi) e le cui autorità sono accusate da governo indiano, Chiesacattolica e organizzazioni dei diritti umani di lasciare liberi gli estremisti indù, scatenati in vistadelle elezioni del 2009. «Questo caso è importantissimo per la Chiesa indiana, sotto tiro e ricordata più volte dal Papa negli ultimi discorsi, ma anche per l'India», dice al Corriere padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, il cui sito pubblica oggi l'intera testimonianza di suor Meena. «È un caso esemplare perché una donna indiana di una zona povera e tradizionale ha avuto il coraggio di parlare, superando il pudore e lo choc, sostenuta in questa sua denuncia da tutta la Chiesa indiana a partire dalla superiora dell'ordine di Madre Teresa». È stata infatti madre Nirmala Joshi (la stessa che ha scritto recentemente al primo ministro indiano chiedendogli di difendere i cristiani) a convincere la suorina dell'Orissa a rompere il silenzio. «Ma è un caso importante anche perché la voce di una persona consacrata può fare molto in quel Paese — continua padre Cervellera —. In India le persone votate alla religione sono riverite, considerate. Se le autorità dell'Orissa hanno iniziato a fare qualcosa a difesa dei cristiani in questi due mesi è stato proprio per la prima denuncia di suor Meena».

Pubblicato il 25/10/2008 alle 15.37 nella rubrica Religioni .

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